sabato, febbraio 09, 2008

Gratitudine 4

Se credete che quando entrammo ( eravamo circa una dozzina )nel nuovo posto di lavoro, ci accolsero a braccia aperte, beh…ciò non accadde. L’accoglienza fu fredda,
anzi perfidamente gelida. Ci vennero presentati i nostri responsabili di reparto, che si produssero in un concerto di ammonimenti, aspettative di precisione, profezie autoavveranti di disastri prossimi venturi. Venimmo poi affiancati a gruppi di persone
già esperte, le quali, con molto sussiego e molta professionalità, si sedettero a lavorare con noi, ignari, accanto e con un obiettivo in mente: il chiarire in pratica tutto ciò che fino ad allora avevamo conosciuto in teoria. La missione parve impossibile: prima di tutto perché l’affiancamento iniziò in pieno esodo estivo, con molte code di passeggeri e molto caos. In secondo luogo non vi era materialmente la possibilità di distaccarsi nemmeno un secondo dal lavoro per spiegare i casi più complessi. Fin da subito fu percepibile il rancore che questi affiancatori provavano verso l’azienda: un misto di rabbia ed impotenza, condito di pietà nei nostri confronti.
Se qualche coraggioso osava farci provare a lavorare, il rallentamento che naturalmente si creava nelle operazioni di “smaltimento passeggeri” era tale, che il responsabile veniva subito avvertito o dal collega vicino di banco (i passeggeri più impazienti si spostavano prontamente da lui o da lei) o da passeggeri particolarmente insofferenti. In alcuni casi l’affiancatore faceva orecchie da mercante, obiettando che ci doveva fare le ossa, che solo la pratica ci avrebbe velocizzato. A volte l’affiancatore, dopo aver sbuffato per la nostra limitata perizia, ci scostava con fastidio, ribattendo che “uno le ossa se le doveva fare , ma non sulle spalle di altri”.
Gli impiegati di check in erano divisi in gruppi, detti pool: i pool erano 6. Ogni pool aveva una rotazione turni specifica. I 6 pool, con le loro specifiche turnazioni, coprivano perfettamente la giornata lavorativa H24 dell’aeroporto.
Ogni pool aveva 2 responsabili in turno ed ogni pool era caratterizzato da una specifica “personalità” di massima degli appartenenti: vi erano i pool dei primi della classe (l’uno ed il 6) quelli degli artisti e dei bizzarri (il due) dei simpatici (il tre), pool misti (gli altri). Ovviamente e tengo a precisarlo, sto riproducendo ciò che percepii allora: quello che disconobbi in seguito, quando l’esperienza mi insegnò ad osservare le cose con maggiore realismo. Questa percezione tuttavia, perveniva dai racconti dei colleghi appena conosciuti: soprattutto dagli aneddoti di chi non ci affiancava. Iniziammo purtroppo a crearci dei preconcetti assolutamente inutili e dannosi.
Io venni “istruita” dal pool sei, quello dei primi della classe. Qui il preconcetto pareva corrispondere alla realtà: i miei affiancatori erano professionali, precisi, le loro decisioni inconfutabili. I primi della classe erano portati in palmo di mano dalle 2 responsabili, altrettanto severe ed altrettanto serie. I miei compagni di corso mi considerarono “sfortunata” per questa sorte rea. Al timbro del cartellino, incontravo i loro sguardi sereni e allegri. Loro incontravano il mio imbronciato e insoddisfatto: quanto si sbagliarono! Il primo moto di gratitudine al pool sei: antipatici, scontrosi, presuntuosi, ma incredibilmente bravi! La mia gratitudine si svolge nell’arco di quasi 20 anni: in questi anni mi sono trovata a relazionare con queste persone in ruoli completamente nuovi: paradossalmente mi ritrovai a “dirigere” alcuni di loro come
Responsabile. Ma persino nei nuovi ruoli queste persone non erano cambiate: erano serie ed affidabili come un tempo. Mi parve imbarazzante considerarli dei sottoposti:
Mi venne spontaneo considerare di essere fortunata a lavorare nuovamente con loro.
Dopo l’apprendistato, il lavorare autonomamente fu leggermente scioccante: la collaborazione dei colleghi più anziani mi aiutò moltissimo. Mi sentii onorata e privilegiata per questo aiuto costante. Purtroppo molti miei compagni di corso non
Ebbero questo sostegno: mi raccontarono persino di scherzi cattivi e di consigli errati, o perlomeno imprecisi che diedero loro filo da torcere, rafforzando ulteriormente i preconcetti e creando rancori, che si sono poi trascinati negli anni.
In aeroporto, come in molti luoghi di lavoro in cui si offre un pubblico servizio, l’apparenza, l’estetica, aveva un peso notevole. Da questo fardello erano esentate quelle persone, con notevole anzianità professionale, che si erano distinte per meriti.
Tuttavia, se aggiungevi alla gloria la bellezza, la tua immagine rifulgeva maggiormente. Le “anziane”, così come noi 20-28 enni le chiamavamo, erano per lo più donne di 35-40 anni. Erano state assunte negli anni 70, avevano vissuto, al vecchio Centro Hostess, un’esperienza da privilegiate: un po’ personaggi di Lyala, un po’ dive da copertina. A quei tempi l’azienda coccolava le proprie dipendenti a contatto col pubblico. Dava loro, oltre ad una divisa di haute couture in versione estiva ed invernale, le scarpe, la borsa, il soprabito, il cappotto, nonché un budget per calze e parrucchiere!
Quando arrivammo noi, ricevemmo una divisa da orfanelle grigio topo, la camicia non mi ricordo più che colore avesse, le scarpe, durissime, erano nere, come la borsa.
Soprassediamo su soprabito e cappotto, che sono sempre stati i capi migliori della dotazione. Calze e budget per il parrucchiere erano già scomparsi.
Era chiaro comunque che molte anziane (soprattutto quelle che avevano fatto carriera), mantenevano un appuntamento settimanale con il proprio parrucchiere e mensile con il centro estetico. Al loro confronto eravamo tutte fotocopie della protagonista scialba del “Diavolo veste Prada”, mentre loro non si avvicinavano certo alla classe di Meryl Streep.
Ci parve ovvio che questa fiera delle vanità si fondasse su una solida cultura di mera apparenza. I nostri tentativi di cambiamento di pettinatura o di trucco, venivano solitamente accolti con commenti pesanti da parte dei responsabili e tiepidi apprezzamenti dalle colleghe. D’altra parte, cosa ci aspettavamo? Chi proveniva da un ambiente famigliare ove il valore principale era la sostanza, non si adeguò mai a
Questa frivolezza, spinse l’acceleratore sulla professionalità, venne tacciato di sciatteria e mancato rispetto delle convenzioni. Chi, come me, conosceva sia la leggerezza della frivolezza che l’importanza della sostanza, fu meno soggetto a perfidi giudizi e sordide illazioni.
La sottoscritta, tuttavia, si presentava come il personaggio di una fiaba d’altri tempi e conseguentemente bizzarramente aliena. La brava bambina, di buona famiglia, poco avvezza alle trame e ai giochi di palazzo: anzi, proprio insensibile, tonta!
In poco tempo, compresi cosa mi mancava per guadagnare quel poco di attendibilità, di credibilità, in quell’ambiente: un uomo. Sì un uomo, un compagno, un fidanzato, un marito, oppure una liason: insomma o qualcosa che desse delle certezze, o qualcosa che fornisse argomenti di conversazione.
Dopo qualche mese mi ero creata il mio piccolo gruppo di amici: uomini e donne.
Ci frequentavamo anche al di fuori del lavoro, ma, nelle minipause di lavoro o durante la pausa pranzo, ci organizzavamo per stare il più possibile insieme.
Tra questi amici, ve n’era uno, single e simpatico, con i miei stessi bioritmi: facevamo spesso gli stessi turni e conseguentemente andavamo a mangiare insieme e a prendere insieme il caffè. Dopo pochissimo tempo scoprii che su questa amicizia era stata creata una vera e propria telenovela: c’era chi ci considerava già insieme, chi prossimi alla convivenza o al matrimonio e magari già con figli e, perché no? Amanti…
Quando conobbi colui che sarebbe diventato il mio futuro marito, persona di fascino e di bella presenza, gli spettatori rimasero trasecolati. Molti ci tennero a farmi pervenire i loro commenti di apprezzamento, molti coccolarono la loro muta perplessità. Una di questi, il giorno in cui, in spogliatoio, annunciai ad alcuni presenti la data del mio matrimonio, diede per scontato che la mia dolce metà fosse il nostro collega. Ma non lo disse subito. Quando annunciai data luogo ed invitati e tra invitati nominai il nostro collega, sbiancò e con fare petulante mi chiese: “come, invitato?”
“si” risposi “è un carissimo amico di entrambi!”.
“Carissimo?” mi chiese sconcertata. A quel punto le chiesi la motivazione di tale inquietudine. “Ma…pensavo che tu sposassi lui…credevo, mi avevano detto..”
“Beh, amica mia, ti sei sbagliata e temo ti abbiano preso in giro!” risposi, tra l’ilarità degli astanti. Lei di alzò indispettita e se ne andò: se avesse avuto una porta da chiudere, credo l’avrebbe mandata in mille pezzi.
Questo fu il primo avvertimento che mi venne dato, nella mia storia lavorativa, sull’importanza della privacy, la difesa della propria vita privata. Ero giovane ed inesperta, ma educata al pudore e tutto sommato tanto tranquilla ed equilibrata da mantenere un certo naturale riserbo.
Le persone, soprattutto oggi, non conoscono l'importanza della riservatezza:lo desumiamo da una naturale tendenza alla mostra più o meno inconsapevole di se'. In questa argomentazione possono rientrare ovviamente anche i blog come questo: tuttavia credo che qualora un individuo scriva consapevolmente con un preciso obiettivo di condivisione, egli consente di trasmettere agli altri solo ciò che è adeguato allo scopo, con sincerità e onestà. Qualora dovessero latitare queste due virtù, ciò che scriverà sarà solo un mero esercizio di stile o la costruzione di un altro da sè, di un golem desiderato, ma tristemente non reale.

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