che nostalgia...
lunedì, febbraio 25, 2008
mercoledì, febbraio 13, 2008
rialzarsi sempre e comunque.
Ero stata assunta da poco. Ero rigida e inflessibile come un bastone di legno. Manichea. Senza vie di mezzo. Per me i passeggeri si dividevano in due categorie: i buoni ed i cattivi. In realtà: quelli che mi mettevano a loro agio e quelli che mi provocavano grande disagio.
Quelli buoni, tanto per intenderci, erano quelli che, possibilmente educati e, perchè no, simpatici, avevano documenti d'identità e di viaggio in regola.
Quelli cattivi erano privi in parte o in toto di queste condizioni.
Con i primi, adottando le regole apprese, con i dovuti aggiornamenti (all'epoca della mia assunzione si doveva apprendere la regolamentazione di ogni singola compagnia: la società era handler di tutte le compagnie sulla piazza), concludevo il mio compito con successo.
Con i secondi, iniziava il divertimento.
Lasciamo i presuntuosi, gli iracondi ed i malfidenti per ultimi.
Iniziamo dagli ignari.
In un giorno tranquillo, si presenta al mio banco di check in un tranquillo signore. Mi porge un biglietto e mi dice. "Vado a X, anzi andiamo a X"
"Lei e chi altro, signore?"
"Io e la mamma"
"La mamma dov'è?"
"E' qui."
"E il suo biglietto?"
"La mamma non mi risulta che debba avere un biglietto"
"Ogni passeggero ha un biglietto"
"Oddio, non mi avevano avvertito"
"Mi spiace"
"E ora che faccio?"
"Guardi, alle sue spalle c'è la biglietteria"
"Ma, guardi, scusi se insisto, io mi sono informato bene, la povera mamma non ha bisogno di biglietto"
"Mi permetta di dissentire"
"Ma non ho neppure bagaglio, neppure un bagaglio a mano: siamo solo noi. Io e la povera mamma, che per giunta prende anche poco spazio: me la posso tenere in braccio"
A quel punto mi ero accorta di non aver neppure guardato in faccia il passeggero, attenta com'ero a smanettare sul computer, alla ricerca di una prenotazione malfatta o cancellata. Questo tranquillo signore aveva appoggiato sul banco una cassettina di legno. La teneva ferma con le mani con devozione, come se contenesse una reliquia. A quel punto, finalmente ebbi un'illuminazione basica, un lampo di minima intelligenza.
"Ma, mi scusi, la sua mamma dov'è?"
"Qui dentro" mi indicò la cassetta.
Ricordo: mi sentii così stupida, ma così stupida da voler scomparire.
Avevo messo a disagio una persona in un momento delicatissimo della sua vita. Mi scusai tantissimo: il signore era fortunatamente educato e comprensivo. Fui fortunata.
Una sera, verso le 21.00 si avvicina al banco un signore di mezza età. Timido, ossequioso, mi mostra un biglietto scontato per giovani sotto i 26 anni. Gli chiedo:
"Chi parte?"
"Mio figlio"
"Dov'è? Mi scusi, ma devo accertarne l'età, vedendolo e controllando il documento d'identità"
"E' proprio necessario?"
"Si, lo è"
"No, sa è andato al bar con la sua mamma. Poi parte e non lo vedremo a lungo. Non può fare un eccezione?"
"Mi spiace signore, non posso"
"Allora lo vado a chiamare"
Torna, dopo circa 5 minuti con il documento: Mario X, anni 21.
Controllo il biglietto:Maria X.
"Signore non posso accettare questo biglietto. Il nome non è lo stesso."
"Signorina, la prego..." Il suo tono si faceva supplichevole, quasi disperato.
"Ma almeno mi faccia parlare con suo figlio!"
"E' seduto là, lo vede?"
Io sono un pò guercia, se aggiungiamo a questo inconveniente la scarsa esperienza e la rigidità..
"No, scusi, io la vedo la signora e una ragazza, forse sua figlia"
"No...e va bene...Mariooooo, susete! Vinne accà"
Si presentò al banco una ragazza carina, ma con caratteristiche un pò maschili, confermate ulteriormente da un tono di voce maschile che la ragazza cercava di nascondere. Mi sentii nuovamente immensamente stupida.
"Mi scusi sa, Maria, ma non avevo corrispondenza tra biglietto e documento di viaggio. Sono sicura che i dati sul documento sono in via di aggiornamento: tuttavia dovevo accertarmi che lei avesse realmente 21 anni. Sa quante persone si presentano con biglietti come questi e con età superiori?" (Udite lo scricchiolio delle unghie sul vetro?)
"Si, immagino"
"Mi perdoni, ma lo richiede il mio lavoro.."
"Non si preoccupi"
A quel punto vedendo la figlia distendere i muscoli, la postura e vedendo me sorridere, il padre, che si era allontanato, si avvicinò.
"Mi dispiace aver insistito, ma sua figlia ha compreso"
Il padre, sulle prime a disagio, fece un sorriso forzato, cercando di eliminare il proprio disagio.
Guardando negli occhi la ragazza, mi permisi di darle un consiglio.
"Guardi, appena può, faccia modificare i dati in Comune. Sarà difficile, ma eviterà molti disagi."
La ragazza mi sorrise: comprese forse che in me non c'era alcun disagio, bensì il desiderio di aiutare.
"Lo farò"
"E adesso buon viaggio!"
A quel punto vidi una luce di gratitudine comparire negli occhi di quel padre, così umile, gentile.
Quella luce mi aiutò a sentirmi un pò meno stupida. A contenere la mia emozione, a comprendere che ciò che volevo rafforzare, in quel lavoro, era l'accoglienza, il calore, il saper mettere a proprio agio le persone.
Ero stata assunta da poco. Ero rigida e inflessibile come un bastone di legno. Manichea. Senza vie di mezzo. Per me i passeggeri si dividevano in due categorie: i buoni ed i cattivi. In realtà: quelli che mi mettevano a loro agio e quelli che mi provocavano grande disagio.
Quelli buoni, tanto per intenderci, erano quelli che, possibilmente educati e, perchè no, simpatici, avevano documenti d'identità e di viaggio in regola.
Quelli cattivi erano privi in parte o in toto di queste condizioni.
Con i primi, adottando le regole apprese, con i dovuti aggiornamenti (all'epoca della mia assunzione si doveva apprendere la regolamentazione di ogni singola compagnia: la società era handler di tutte le compagnie sulla piazza), concludevo il mio compito con successo.
Con i secondi, iniziava il divertimento.
Lasciamo i presuntuosi, gli iracondi ed i malfidenti per ultimi.
Iniziamo dagli ignari.
In un giorno tranquillo, si presenta al mio banco di check in un tranquillo signore. Mi porge un biglietto e mi dice. "Vado a X, anzi andiamo a X"
"Lei e chi altro, signore?"
"Io e la mamma"
"La mamma dov'è?"
"E' qui."
"E il suo biglietto?"
"La mamma non mi risulta che debba avere un biglietto"
"Ogni passeggero ha un biglietto"
"Oddio, non mi avevano avvertito"
"Mi spiace"
"E ora che faccio?"
"Guardi, alle sue spalle c'è la biglietteria"
"Ma, guardi, scusi se insisto, io mi sono informato bene, la povera mamma non ha bisogno di biglietto"
"Mi permetta di dissentire"
"Ma non ho neppure bagaglio, neppure un bagaglio a mano: siamo solo noi. Io e la povera mamma, che per giunta prende anche poco spazio: me la posso tenere in braccio"
A quel punto mi ero accorta di non aver neppure guardato in faccia il passeggero, attenta com'ero a smanettare sul computer, alla ricerca di una prenotazione malfatta o cancellata. Questo tranquillo signore aveva appoggiato sul banco una cassettina di legno. La teneva ferma con le mani con devozione, come se contenesse una reliquia. A quel punto, finalmente ebbi un'illuminazione basica, un lampo di minima intelligenza.
"Ma, mi scusi, la sua mamma dov'è?"
"Qui dentro" mi indicò la cassetta.
Ricordo: mi sentii così stupida, ma così stupida da voler scomparire.
Avevo messo a disagio una persona in un momento delicatissimo della sua vita. Mi scusai tantissimo: il signore era fortunatamente educato e comprensivo. Fui fortunata.
Una sera, verso le 21.00 si avvicina al banco un signore di mezza età. Timido, ossequioso, mi mostra un biglietto scontato per giovani sotto i 26 anni. Gli chiedo:
"Chi parte?"
"Mio figlio"
"Dov'è? Mi scusi, ma devo accertarne l'età, vedendolo e controllando il documento d'identità"
"E' proprio necessario?"
"Si, lo è"
"No, sa è andato al bar con la sua mamma. Poi parte e non lo vedremo a lungo. Non può fare un eccezione?"
"Mi spiace signore, non posso"
"Allora lo vado a chiamare"
Torna, dopo circa 5 minuti con il documento: Mario X, anni 21.
Controllo il biglietto:Maria X.
"Signore non posso accettare questo biglietto. Il nome non è lo stesso."
"Signorina, la prego..." Il suo tono si faceva supplichevole, quasi disperato.
"Ma almeno mi faccia parlare con suo figlio!"
"E' seduto là, lo vede?"
Io sono un pò guercia, se aggiungiamo a questo inconveniente la scarsa esperienza e la rigidità..
"No, scusi, io la vedo la signora e una ragazza, forse sua figlia"
"No...e va bene...Mariooooo, susete! Vinne accà"
Si presentò al banco una ragazza carina, ma con caratteristiche un pò maschili, confermate ulteriormente da un tono di voce maschile che la ragazza cercava di nascondere. Mi sentii nuovamente immensamente stupida.
"Mi scusi sa, Maria, ma non avevo corrispondenza tra biglietto e documento di viaggio. Sono sicura che i dati sul documento sono in via di aggiornamento: tuttavia dovevo accertarmi che lei avesse realmente 21 anni. Sa quante persone si presentano con biglietti come questi e con età superiori?" (Udite lo scricchiolio delle unghie sul vetro?)
"Si, immagino"
"Mi perdoni, ma lo richiede il mio lavoro.."
"Non si preoccupi"
A quel punto vedendo la figlia distendere i muscoli, la postura e vedendo me sorridere, il padre, che si era allontanato, si avvicinò.
"Mi dispiace aver insistito, ma sua figlia ha compreso"
Il padre, sulle prime a disagio, fece un sorriso forzato, cercando di eliminare il proprio disagio.
Guardando negli occhi la ragazza, mi permisi di darle un consiglio.
"Guardi, appena può, faccia modificare i dati in Comune. Sarà difficile, ma eviterà molti disagi."
La ragazza mi sorrise: comprese forse che in me non c'era alcun disagio, bensì il desiderio di aiutare.
"Lo farò"
"E adesso buon viaggio!"
A quel punto vidi una luce di gratitudine comparire negli occhi di quel padre, così umile, gentile.
Quella luce mi aiutò a sentirmi un pò meno stupida. A contenere la mia emozione, a comprendere che ciò che volevo rafforzare, in quel lavoro, era l'accoglienza, il calore, il saper mettere a proprio agio le persone.
Gratitudine 5 - Elogio della riservatezza
Ciò che poteva essere considerato "cattiveria pura" non era altro che espressione di un disagio notevole e generalizzato. Molti si lamentavano di presunti privilegi che a loro non erano stati garantiti. Molti credevano che dietro a situazioni relativamente fortunate si nascondessero conquiste di potere o che esse fossero i risultati di giochi di palazzo. Una cosa è certa: contrariamente a molti detrattori di questa mia teoria, la popolazione autoctona dell'aeroporto era dotata di una fervida fantasia. Ma l'immaginazione, soprattutto se contagiata da pensieri negativi, spesso porta a conclusioni detrattive e poco rispettose.
Per questi motivi ho sempre raccomandato a chi mi era amico o collaboratore il mantenimento di una serena riservatezza. Il mio consiglio derivava dalla consapevolezza di aver commesso errori imperdonabili.
Nessuno è ineffabile. Si inizia a perdere la propria natura, quando ci si naturalizza in uno specifico contesto: quanto si è più inesperti, tanto più difficilmente si comprende questa snaturalizzazione personale; tuttavia questa è un'esperienza inportante e a volte necessaria. Se ci si lascia andare alla manipolazione altrui, si è complici di un processo messo in atto da noi stessi. Ma quando si è ben certi di questa dinamica, come salvarsi?
Chiudersi in se stessi? Sicuramente no: è doloroso e frustrante e sicuramente non salva da giudizi e considerazioni illatorie che influenzano la comunità. Fare i misteriosi? Molto divertente ma difficile costruire un personaggio impermeabile e intoccabile. Questa opzione è molto stimolante per chi ci circonda: ogni congettura cade, si è molto stimati, ma, alla lunga le persone comprendono la forzata quarantena alla quale ci siamo dedicati...e si allontanano. Non vi è ricetta vincente se non quella unica e personale che ognuno di noi crea, sporcandosi, tagliandosi, cadendo e poi rialzandosi. Ogni persona che collabora a questo processo nel bene e nel male, è un'aiutante dell'artefice e come tale, è impossibile non essergli grata.
Quindi siate grati a chi è stufo che i vostri problemi personali entrino nel lavoro, a chi non ne può più delle vostre lamentele, dei vostri ritardi, della vostra svogliatezza e del vostro svicolare dalle responsabilità.
E' come se vi metteste davanti ad uno specchio: non importa come voi vi vediate. Gli altri vi vedono diversamente da come realmente siete. Ciò significa che voi vivete qualcuno che realmente non siete: normalmente aborrite lamentele ritardi pigrizia. Ma continuate ad esportate tutto ciò, perchè non avete il coraggio di condividere il disagio privato nel privato ed il disagio pubblico nel pubblico.
Tutti noi lo facciamo: nessuno è esente da questa problematica, se non persone di elevata esperienza sensibilità e, solitamente, spiritualità.
Ma come si arriva ad elevare queste qualità? Si passa dall'aeroporto! Un piccolo mondo in miniatura che ti costringe, con un corso accelerato a capire molte cose, troppe cose. E ogni giorno si timbra il cartellino, pensando "vediamo come va, vediamo se ho capito" e spesso "vediamo se ce la faccio", perchè per lunghi periodi si ha realmente l'impressione di soccombere. E invece ci si rialza, sempre.
Ciò che poteva essere considerato "cattiveria pura" non era altro che espressione di un disagio notevole e generalizzato. Molti si lamentavano di presunti privilegi che a loro non erano stati garantiti. Molti credevano che dietro a situazioni relativamente fortunate si nascondessero conquiste di potere o che esse fossero i risultati di giochi di palazzo. Una cosa è certa: contrariamente a molti detrattori di questa mia teoria, la popolazione autoctona dell'aeroporto era dotata di una fervida fantasia. Ma l'immaginazione, soprattutto se contagiata da pensieri negativi, spesso porta a conclusioni detrattive e poco rispettose.
Per questi motivi ho sempre raccomandato a chi mi era amico o collaboratore il mantenimento di una serena riservatezza. Il mio consiglio derivava dalla consapevolezza di aver commesso errori imperdonabili.
Nessuno è ineffabile. Si inizia a perdere la propria natura, quando ci si naturalizza in uno specifico contesto: quanto si è più inesperti, tanto più difficilmente si comprende questa snaturalizzazione personale; tuttavia questa è un'esperienza inportante e a volte necessaria. Se ci si lascia andare alla manipolazione altrui, si è complici di un processo messo in atto da noi stessi. Ma quando si è ben certi di questa dinamica, come salvarsi?
Chiudersi in se stessi? Sicuramente no: è doloroso e frustrante e sicuramente non salva da giudizi e considerazioni illatorie che influenzano la comunità. Fare i misteriosi? Molto divertente ma difficile costruire un personaggio impermeabile e intoccabile. Questa opzione è molto stimolante per chi ci circonda: ogni congettura cade, si è molto stimati, ma, alla lunga le persone comprendono la forzata quarantena alla quale ci siamo dedicati...e si allontanano. Non vi è ricetta vincente se non quella unica e personale che ognuno di noi crea, sporcandosi, tagliandosi, cadendo e poi rialzandosi. Ogni persona che collabora a questo processo nel bene e nel male, è un'aiutante dell'artefice e come tale, è impossibile non essergli grata.
Quindi siate grati a chi è stufo che i vostri problemi personali entrino nel lavoro, a chi non ne può più delle vostre lamentele, dei vostri ritardi, della vostra svogliatezza e del vostro svicolare dalle responsabilità.
E' come se vi metteste davanti ad uno specchio: non importa come voi vi vediate. Gli altri vi vedono diversamente da come realmente siete. Ciò significa che voi vivete qualcuno che realmente non siete: normalmente aborrite lamentele ritardi pigrizia. Ma continuate ad esportate tutto ciò, perchè non avete il coraggio di condividere il disagio privato nel privato ed il disagio pubblico nel pubblico.
Tutti noi lo facciamo: nessuno è esente da questa problematica, se non persone di elevata esperienza sensibilità e, solitamente, spiritualità.
Ma come si arriva ad elevare queste qualità? Si passa dall'aeroporto! Un piccolo mondo in miniatura che ti costringe, con un corso accelerato a capire molte cose, troppe cose. E ogni giorno si timbra il cartellino, pensando "vediamo come va, vediamo se ho capito" e spesso "vediamo se ce la faccio", perchè per lunghi periodi si ha realmente l'impressione di soccombere. E invece ci si rialza, sempre.
sabato, febbraio 09, 2008
Gratitudine 5 - Elogio della riservatezza.
Bisogna imparare ad osservare le persone, le dinamiche di potere, la necessità intrinseca ahimè in ogni individuo di svilire l'altro per rivalutare se stesso: come lo chiamava un mio insegnante "Il Club Lavazza", modificando un poco lo slogan della pubblicità di questo caffè, il Club Lavazza è costituito da coloro che "più ti buttan giù, più si tiran su".
L'aeroporto è una sede importante e prestigiosa del "Club Lavazza". Ci si esercita a tutti i livelli. Si apprende non solo dai superiori, ma nache dai pari livello. Puoi partecipare a seminari avanzati, anche se sei al livello di principiante (l'apprendimento in questi casi non è garantito). Puoi prendere parte anche a seminari con membri esterni (i passeggeri) persino di diversa nazionalità! E' difficile sentirsi grati di quest'insegnamento: ma bisognerebbe esserlo, in verità! E' uno dei tanti training gratuiti e, meglio ancora, è retribuito!
In tutti gli anni di servizio, prima di sentir svilire raffinatamente e artisticamente la mia persona, ho ascoltato e rifuggito centinaia di svilimenti. Non che fossi un anima candida e pia, ma all'inizio ascoltavo e tentavo di difendere il malcapitato; in seguito, divenni conscia dell'inutilità di prendere parte a tali discussioni. Il solo ascolto mi faceva sentire complice: l'impotenza di non riuscire a troncare sul nascere questi pubblici ludibri, mi allontanò da chi li metteva in scena. Alla fine mi resi conto di poter contare veramente su di un esigua schiera di persone: mi interrogai allora su questa naturale inclinazione dell'animo umano. Ne ero forse priva? Perchè tanta fortuna?
Andai nuovamente a ricercare in casa mia l'origine di tale assenza: mai nessuno di mia conoscenza, in tutta la mia vita precedente ad allora, aveva mai sentito il bisogno di svilire la personalità altrui, utilizzando scampoli di sue parole, di fatti spontaneamente ed ingenuamente raccontati.
Aborrivo il pettegolezzo, per la stessa identica ragione. Ciò mi rese persona curiosa e snob. In un ambiente che attingeva molto ossigeno dalle faccende altrui, campare non era facile. Potevi frequentare sì, chi ti era affine, ma di fatto, lavorando a turni, ti trovavi a relazionare spesso con persone che non conoscevi molto e che ti proponevano stimoli di conversazione in cui ti sentivi realmente un alieno.
Esempio:
"Ah, B. è rimasta incinta. E vedrai che anche questa volta si mette in maternità a rischio, come ha fatto la volta scorsa."
"La maternità a rischio è una cosa seria, non è che ogni gravidanza ti capiti di farla a letto. Speriamo che le vada meglio."
"Ma guarda che come al solito cadi giù dal pero, il 90% delle impiegate si mette in maternità a rischio ( ndr :non vero) e lei non farà eccezioni, data anche la poca voglia di lavorare che ha".
Bisogna imparare ad osservare le persone, le dinamiche di potere, la necessità intrinseca ahimè in ogni individuo di svilire l'altro per rivalutare se stesso: come lo chiamava un mio insegnante "Il Club Lavazza", modificando un poco lo slogan della pubblicità di questo caffè, il Club Lavazza è costituito da coloro che "più ti buttan giù, più si tiran su".
L'aeroporto è una sede importante e prestigiosa del "Club Lavazza". Ci si esercita a tutti i livelli. Si apprende non solo dai superiori, ma nache dai pari livello. Puoi partecipare a seminari avanzati, anche se sei al livello di principiante (l'apprendimento in questi casi non è garantito). Puoi prendere parte anche a seminari con membri esterni (i passeggeri) persino di diversa nazionalità! E' difficile sentirsi grati di quest'insegnamento: ma bisognerebbe esserlo, in verità! E' uno dei tanti training gratuiti e, meglio ancora, è retribuito!
In tutti gli anni di servizio, prima di sentir svilire raffinatamente e artisticamente la mia persona, ho ascoltato e rifuggito centinaia di svilimenti. Non che fossi un anima candida e pia, ma all'inizio ascoltavo e tentavo di difendere il malcapitato; in seguito, divenni conscia dell'inutilità di prendere parte a tali discussioni. Il solo ascolto mi faceva sentire complice: l'impotenza di non riuscire a troncare sul nascere questi pubblici ludibri, mi allontanò da chi li metteva in scena. Alla fine mi resi conto di poter contare veramente su di un esigua schiera di persone: mi interrogai allora su questa naturale inclinazione dell'animo umano. Ne ero forse priva? Perchè tanta fortuna?
Andai nuovamente a ricercare in casa mia l'origine di tale assenza: mai nessuno di mia conoscenza, in tutta la mia vita precedente ad allora, aveva mai sentito il bisogno di svilire la personalità altrui, utilizzando scampoli di sue parole, di fatti spontaneamente ed ingenuamente raccontati.
Aborrivo il pettegolezzo, per la stessa identica ragione. Ciò mi rese persona curiosa e snob. In un ambiente che attingeva molto ossigeno dalle faccende altrui, campare non era facile. Potevi frequentare sì, chi ti era affine, ma di fatto, lavorando a turni, ti trovavi a relazionare spesso con persone che non conoscevi molto e che ti proponevano stimoli di conversazione in cui ti sentivi realmente un alieno.
Esempio:
"Ah, B. è rimasta incinta. E vedrai che anche questa volta si mette in maternità a rischio, come ha fatto la volta scorsa."
"La maternità a rischio è una cosa seria, non è che ogni gravidanza ti capiti di farla a letto. Speriamo che le vada meglio."
"Ma guarda che come al solito cadi giù dal pero, il 90% delle impiegate si mette in maternità a rischio ( ndr :non vero) e lei non farà eccezioni, data anche la poca voglia di lavorare che ha".
Gratitudine 4
Se credete che quando entrammo ( eravamo circa una dozzina )nel nuovo posto di lavoro, ci accolsero a braccia aperte, beh…ciò non accadde. L’accoglienza fu fredda,
anzi perfidamente gelida. Ci vennero presentati i nostri responsabili di reparto, che si produssero in un concerto di ammonimenti, aspettative di precisione, profezie autoavveranti di disastri prossimi venturi. Venimmo poi affiancati a gruppi di persone
già esperte, le quali, con molto sussiego e molta professionalità, si sedettero a lavorare con noi, ignari, accanto e con un obiettivo in mente: il chiarire in pratica tutto ciò che fino ad allora avevamo conosciuto in teoria. La missione parve impossibile: prima di tutto perché l’affiancamento iniziò in pieno esodo estivo, con molte code di passeggeri e molto caos. In secondo luogo non vi era materialmente la possibilità di distaccarsi nemmeno un secondo dal lavoro per spiegare i casi più complessi. Fin da subito fu percepibile il rancore che questi affiancatori provavano verso l’azienda: un misto di rabbia ed impotenza, condito di pietà nei nostri confronti.
Se qualche coraggioso osava farci provare a lavorare, il rallentamento che naturalmente si creava nelle operazioni di “smaltimento passeggeri” era tale, che il responsabile veniva subito avvertito o dal collega vicino di banco (i passeggeri più impazienti si spostavano prontamente da lui o da lei) o da passeggeri particolarmente insofferenti. In alcuni casi l’affiancatore faceva orecchie da mercante, obiettando che ci doveva fare le ossa, che solo la pratica ci avrebbe velocizzato. A volte l’affiancatore, dopo aver sbuffato per la nostra limitata perizia, ci scostava con fastidio, ribattendo che “uno le ossa se le doveva fare , ma non sulle spalle di altri”.
Gli impiegati di check in erano divisi in gruppi, detti pool: i pool erano 6. Ogni pool aveva una rotazione turni specifica. I 6 pool, con le loro specifiche turnazioni, coprivano perfettamente la giornata lavorativa H24 dell’aeroporto.
Ogni pool aveva 2 responsabili in turno ed ogni pool era caratterizzato da una specifica “personalità” di massima degli appartenenti: vi erano i pool dei primi della classe (l’uno ed il 6) quelli degli artisti e dei bizzarri (il due) dei simpatici (il tre), pool misti (gli altri). Ovviamente e tengo a precisarlo, sto riproducendo ciò che percepii allora: quello che disconobbi in seguito, quando l’esperienza mi insegnò ad osservare le cose con maggiore realismo. Questa percezione tuttavia, perveniva dai racconti dei colleghi appena conosciuti: soprattutto dagli aneddoti di chi non ci affiancava. Iniziammo purtroppo a crearci dei preconcetti assolutamente inutili e dannosi.
Io venni “istruita” dal pool sei, quello dei primi della classe. Qui il preconcetto pareva corrispondere alla realtà: i miei affiancatori erano professionali, precisi, le loro decisioni inconfutabili. I primi della classe erano portati in palmo di mano dalle 2 responsabili, altrettanto severe ed altrettanto serie. I miei compagni di corso mi considerarono “sfortunata” per questa sorte rea. Al timbro del cartellino, incontravo i loro sguardi sereni e allegri. Loro incontravano il mio imbronciato e insoddisfatto: quanto si sbagliarono! Il primo moto di gratitudine al pool sei: antipatici, scontrosi, presuntuosi, ma incredibilmente bravi! La mia gratitudine si svolge nell’arco di quasi 20 anni: in questi anni mi sono trovata a relazionare con queste persone in ruoli completamente nuovi: paradossalmente mi ritrovai a “dirigere” alcuni di loro come
Responsabile. Ma persino nei nuovi ruoli queste persone non erano cambiate: erano serie ed affidabili come un tempo. Mi parve imbarazzante considerarli dei sottoposti:
Mi venne spontaneo considerare di essere fortunata a lavorare nuovamente con loro.
Dopo l’apprendistato, il lavorare autonomamente fu leggermente scioccante: la collaborazione dei colleghi più anziani mi aiutò moltissimo. Mi sentii onorata e privilegiata per questo aiuto costante. Purtroppo molti miei compagni di corso non
Ebbero questo sostegno: mi raccontarono persino di scherzi cattivi e di consigli errati, o perlomeno imprecisi che diedero loro filo da torcere, rafforzando ulteriormente i preconcetti e creando rancori, che si sono poi trascinati negli anni.
In aeroporto, come in molti luoghi di lavoro in cui si offre un pubblico servizio, l’apparenza, l’estetica, aveva un peso notevole. Da questo fardello erano esentate quelle persone, con notevole anzianità professionale, che si erano distinte per meriti.
Tuttavia, se aggiungevi alla gloria la bellezza, la tua immagine rifulgeva maggiormente. Le “anziane”, così come noi 20-28 enni le chiamavamo, erano per lo più donne di 35-40 anni. Erano state assunte negli anni 70, avevano vissuto, al vecchio Centro Hostess, un’esperienza da privilegiate: un po’ personaggi di Lyala, un po’ dive da copertina. A quei tempi l’azienda coccolava le proprie dipendenti a contatto col pubblico. Dava loro, oltre ad una divisa di haute couture in versione estiva ed invernale, le scarpe, la borsa, il soprabito, il cappotto, nonché un budget per calze e parrucchiere!
Quando arrivammo noi, ricevemmo una divisa da orfanelle grigio topo, la camicia non mi ricordo più che colore avesse, le scarpe, durissime, erano nere, come la borsa.
Soprassediamo su soprabito e cappotto, che sono sempre stati i capi migliori della dotazione. Calze e budget per il parrucchiere erano già scomparsi.
Era chiaro comunque che molte anziane (soprattutto quelle che avevano fatto carriera), mantenevano un appuntamento settimanale con il proprio parrucchiere e mensile con il centro estetico. Al loro confronto eravamo tutte fotocopie della protagonista scialba del “Diavolo veste Prada”, mentre loro non si avvicinavano certo alla classe di Meryl Streep.
Ci parve ovvio che questa fiera delle vanità si fondasse su una solida cultura di mera apparenza. I nostri tentativi di cambiamento di pettinatura o di trucco, venivano solitamente accolti con commenti pesanti da parte dei responsabili e tiepidi apprezzamenti dalle colleghe. D’altra parte, cosa ci aspettavamo? Chi proveniva da un ambiente famigliare ove il valore principale era la sostanza, non si adeguò mai a
Questa frivolezza, spinse l’acceleratore sulla professionalità, venne tacciato di sciatteria e mancato rispetto delle convenzioni. Chi, come me, conosceva sia la leggerezza della frivolezza che l’importanza della sostanza, fu meno soggetto a perfidi giudizi e sordide illazioni.
La sottoscritta, tuttavia, si presentava come il personaggio di una fiaba d’altri tempi e conseguentemente bizzarramente aliena. La brava bambina, di buona famiglia, poco avvezza alle trame e ai giochi di palazzo: anzi, proprio insensibile, tonta!
In poco tempo, compresi cosa mi mancava per guadagnare quel poco di attendibilità, di credibilità, in quell’ambiente: un uomo. Sì un uomo, un compagno, un fidanzato, un marito, oppure una liason: insomma o qualcosa che desse delle certezze, o qualcosa che fornisse argomenti di conversazione.
Dopo qualche mese mi ero creata il mio piccolo gruppo di amici: uomini e donne.
Ci frequentavamo anche al di fuori del lavoro, ma, nelle minipause di lavoro o durante la pausa pranzo, ci organizzavamo per stare il più possibile insieme.
Tra questi amici, ve n’era uno, single e simpatico, con i miei stessi bioritmi: facevamo spesso gli stessi turni e conseguentemente andavamo a mangiare insieme e a prendere insieme il caffè. Dopo pochissimo tempo scoprii che su questa amicizia era stata creata una vera e propria telenovela: c’era chi ci considerava già insieme, chi prossimi alla convivenza o al matrimonio e magari già con figli e, perché no? Amanti…
Quando conobbi colui che sarebbe diventato il mio futuro marito, persona di fascino e di bella presenza, gli spettatori rimasero trasecolati. Molti ci tennero a farmi pervenire i loro commenti di apprezzamento, molti coccolarono la loro muta perplessità. Una di questi, il giorno in cui, in spogliatoio, annunciai ad alcuni presenti la data del mio matrimonio, diede per scontato che la mia dolce metà fosse il nostro collega. Ma non lo disse subito. Quando annunciai data luogo ed invitati e tra invitati nominai il nostro collega, sbiancò e con fare petulante mi chiese: “come, invitato?”
“si” risposi “è un carissimo amico di entrambi!”.
“Carissimo?” mi chiese sconcertata. A quel punto le chiesi la motivazione di tale inquietudine. “Ma…pensavo che tu sposassi lui…credevo, mi avevano detto..”
“Beh, amica mia, ti sei sbagliata e temo ti abbiano preso in giro!” risposi, tra l’ilarità degli astanti. Lei di alzò indispettita e se ne andò: se avesse avuto una porta da chiudere, credo l’avrebbe mandata in mille pezzi.
Questo fu il primo avvertimento che mi venne dato, nella mia storia lavorativa, sull’importanza della privacy, la difesa della propria vita privata. Ero giovane ed inesperta, ma educata al pudore e tutto sommato tanto tranquilla ed equilibrata da mantenere un certo naturale riserbo.
Le persone, soprattutto oggi, non conoscono l'importanza della riservatezza:lo desumiamo da una naturale tendenza alla mostra più o meno inconsapevole di se'. In questa argomentazione possono rientrare ovviamente anche i blog come questo: tuttavia credo che qualora un individuo scriva consapevolmente con un preciso obiettivo di condivisione, egli consente di trasmettere agli altri solo ciò che è adeguato allo scopo, con sincerità e onestà. Qualora dovessero latitare queste due virtù, ciò che scriverà sarà solo un mero esercizio di stile o la costruzione di un altro da sè, di un golem desiderato, ma tristemente non reale.
anzi perfidamente gelida. Ci vennero presentati i nostri responsabili di reparto, che si produssero in un concerto di ammonimenti, aspettative di precisione, profezie autoavveranti di disastri prossimi venturi. Venimmo poi affiancati a gruppi di persone
già esperte, le quali, con molto sussiego e molta professionalità, si sedettero a lavorare con noi, ignari, accanto e con un obiettivo in mente: il chiarire in pratica tutto ciò che fino ad allora avevamo conosciuto in teoria. La missione parve impossibile: prima di tutto perché l’affiancamento iniziò in pieno esodo estivo, con molte code di passeggeri e molto caos. In secondo luogo non vi era materialmente la possibilità di distaccarsi nemmeno un secondo dal lavoro per spiegare i casi più complessi. Fin da subito fu percepibile il rancore che questi affiancatori provavano verso l’azienda: un misto di rabbia ed impotenza, condito di pietà nei nostri confronti.
Se qualche coraggioso osava farci provare a lavorare, il rallentamento che naturalmente si creava nelle operazioni di “smaltimento passeggeri” era tale, che il responsabile veniva subito avvertito o dal collega vicino di banco (i passeggeri più impazienti si spostavano prontamente da lui o da lei) o da passeggeri particolarmente insofferenti. In alcuni casi l’affiancatore faceva orecchie da mercante, obiettando che ci doveva fare le ossa, che solo la pratica ci avrebbe velocizzato. A volte l’affiancatore, dopo aver sbuffato per la nostra limitata perizia, ci scostava con fastidio, ribattendo che “uno le ossa se le doveva fare , ma non sulle spalle di altri”.
Gli impiegati di check in erano divisi in gruppi, detti pool: i pool erano 6. Ogni pool aveva una rotazione turni specifica. I 6 pool, con le loro specifiche turnazioni, coprivano perfettamente la giornata lavorativa H24 dell’aeroporto.
Ogni pool aveva 2 responsabili in turno ed ogni pool era caratterizzato da una specifica “personalità” di massima degli appartenenti: vi erano i pool dei primi della classe (l’uno ed il 6) quelli degli artisti e dei bizzarri (il due) dei simpatici (il tre), pool misti (gli altri). Ovviamente e tengo a precisarlo, sto riproducendo ciò che percepii allora: quello che disconobbi in seguito, quando l’esperienza mi insegnò ad osservare le cose con maggiore realismo. Questa percezione tuttavia, perveniva dai racconti dei colleghi appena conosciuti: soprattutto dagli aneddoti di chi non ci affiancava. Iniziammo purtroppo a crearci dei preconcetti assolutamente inutili e dannosi.
Io venni “istruita” dal pool sei, quello dei primi della classe. Qui il preconcetto pareva corrispondere alla realtà: i miei affiancatori erano professionali, precisi, le loro decisioni inconfutabili. I primi della classe erano portati in palmo di mano dalle 2 responsabili, altrettanto severe ed altrettanto serie. I miei compagni di corso mi considerarono “sfortunata” per questa sorte rea. Al timbro del cartellino, incontravo i loro sguardi sereni e allegri. Loro incontravano il mio imbronciato e insoddisfatto: quanto si sbagliarono! Il primo moto di gratitudine al pool sei: antipatici, scontrosi, presuntuosi, ma incredibilmente bravi! La mia gratitudine si svolge nell’arco di quasi 20 anni: in questi anni mi sono trovata a relazionare con queste persone in ruoli completamente nuovi: paradossalmente mi ritrovai a “dirigere” alcuni di loro come
Responsabile. Ma persino nei nuovi ruoli queste persone non erano cambiate: erano serie ed affidabili come un tempo. Mi parve imbarazzante considerarli dei sottoposti:
Mi venne spontaneo considerare di essere fortunata a lavorare nuovamente con loro.
Dopo l’apprendistato, il lavorare autonomamente fu leggermente scioccante: la collaborazione dei colleghi più anziani mi aiutò moltissimo. Mi sentii onorata e privilegiata per questo aiuto costante. Purtroppo molti miei compagni di corso non
Ebbero questo sostegno: mi raccontarono persino di scherzi cattivi e di consigli errati, o perlomeno imprecisi che diedero loro filo da torcere, rafforzando ulteriormente i preconcetti e creando rancori, che si sono poi trascinati negli anni.
In aeroporto, come in molti luoghi di lavoro in cui si offre un pubblico servizio, l’apparenza, l’estetica, aveva un peso notevole. Da questo fardello erano esentate quelle persone, con notevole anzianità professionale, che si erano distinte per meriti.
Tuttavia, se aggiungevi alla gloria la bellezza, la tua immagine rifulgeva maggiormente. Le “anziane”, così come noi 20-28 enni le chiamavamo, erano per lo più donne di 35-40 anni. Erano state assunte negli anni 70, avevano vissuto, al vecchio Centro Hostess, un’esperienza da privilegiate: un po’ personaggi di Lyala, un po’ dive da copertina. A quei tempi l’azienda coccolava le proprie dipendenti a contatto col pubblico. Dava loro, oltre ad una divisa di haute couture in versione estiva ed invernale, le scarpe, la borsa, il soprabito, il cappotto, nonché un budget per calze e parrucchiere!
Quando arrivammo noi, ricevemmo una divisa da orfanelle grigio topo, la camicia non mi ricordo più che colore avesse, le scarpe, durissime, erano nere, come la borsa.
Soprassediamo su soprabito e cappotto, che sono sempre stati i capi migliori della dotazione. Calze e budget per il parrucchiere erano già scomparsi.
Era chiaro comunque che molte anziane (soprattutto quelle che avevano fatto carriera), mantenevano un appuntamento settimanale con il proprio parrucchiere e mensile con il centro estetico. Al loro confronto eravamo tutte fotocopie della protagonista scialba del “Diavolo veste Prada”, mentre loro non si avvicinavano certo alla classe di Meryl Streep.
Ci parve ovvio che questa fiera delle vanità si fondasse su una solida cultura di mera apparenza. I nostri tentativi di cambiamento di pettinatura o di trucco, venivano solitamente accolti con commenti pesanti da parte dei responsabili e tiepidi apprezzamenti dalle colleghe. D’altra parte, cosa ci aspettavamo? Chi proveniva da un ambiente famigliare ove il valore principale era la sostanza, non si adeguò mai a
Questa frivolezza, spinse l’acceleratore sulla professionalità, venne tacciato di sciatteria e mancato rispetto delle convenzioni. Chi, come me, conosceva sia la leggerezza della frivolezza che l’importanza della sostanza, fu meno soggetto a perfidi giudizi e sordide illazioni.
La sottoscritta, tuttavia, si presentava come il personaggio di una fiaba d’altri tempi e conseguentemente bizzarramente aliena. La brava bambina, di buona famiglia, poco avvezza alle trame e ai giochi di palazzo: anzi, proprio insensibile, tonta!
In poco tempo, compresi cosa mi mancava per guadagnare quel poco di attendibilità, di credibilità, in quell’ambiente: un uomo. Sì un uomo, un compagno, un fidanzato, un marito, oppure una liason: insomma o qualcosa che desse delle certezze, o qualcosa che fornisse argomenti di conversazione.
Dopo qualche mese mi ero creata il mio piccolo gruppo di amici: uomini e donne.
Ci frequentavamo anche al di fuori del lavoro, ma, nelle minipause di lavoro o durante la pausa pranzo, ci organizzavamo per stare il più possibile insieme.
Tra questi amici, ve n’era uno, single e simpatico, con i miei stessi bioritmi: facevamo spesso gli stessi turni e conseguentemente andavamo a mangiare insieme e a prendere insieme il caffè. Dopo pochissimo tempo scoprii che su questa amicizia era stata creata una vera e propria telenovela: c’era chi ci considerava già insieme, chi prossimi alla convivenza o al matrimonio e magari già con figli e, perché no? Amanti…
Quando conobbi colui che sarebbe diventato il mio futuro marito, persona di fascino e di bella presenza, gli spettatori rimasero trasecolati. Molti ci tennero a farmi pervenire i loro commenti di apprezzamento, molti coccolarono la loro muta perplessità. Una di questi, il giorno in cui, in spogliatoio, annunciai ad alcuni presenti la data del mio matrimonio, diede per scontato che la mia dolce metà fosse il nostro collega. Ma non lo disse subito. Quando annunciai data luogo ed invitati e tra invitati nominai il nostro collega, sbiancò e con fare petulante mi chiese: “come, invitato?”
“si” risposi “è un carissimo amico di entrambi!”.
“Carissimo?” mi chiese sconcertata. A quel punto le chiesi la motivazione di tale inquietudine. “Ma…pensavo che tu sposassi lui…credevo, mi avevano detto..”
“Beh, amica mia, ti sei sbagliata e temo ti abbiano preso in giro!” risposi, tra l’ilarità degli astanti. Lei di alzò indispettita e se ne andò: se avesse avuto una porta da chiudere, credo l’avrebbe mandata in mille pezzi.
Questo fu il primo avvertimento che mi venne dato, nella mia storia lavorativa, sull’importanza della privacy, la difesa della propria vita privata. Ero giovane ed inesperta, ma educata al pudore e tutto sommato tanto tranquilla ed equilibrata da mantenere un certo naturale riserbo.
Le persone, soprattutto oggi, non conoscono l'importanza della riservatezza:lo desumiamo da una naturale tendenza alla mostra più o meno inconsapevole di se'. In questa argomentazione possono rientrare ovviamente anche i blog come questo: tuttavia credo che qualora un individuo scriva consapevolmente con un preciso obiettivo di condivisione, egli consente di trasmettere agli altri solo ciò che è adeguato allo scopo, con sincerità e onestà. Qualora dovessero latitare queste due virtù, ciò che scriverà sarà solo un mero esercizio di stile o la costruzione di un altro da sè, di un golem desiderato, ma tristemente non reale.
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