martedì, gennaio 22, 2008


Gratitudine 1.

Ci sono cose non semplici, nella vita. Ad esempio: sentirsi grati di esperienze difficili e gravose, esperienze che hanno messo a dura prova il tuo essere. Utilizzo l'espressione essere, perchè non si parla solo di persona, mente, psiche, ma di tutto il tuo contesto vitale in cui vivevi nel momento in cui hai avuto quest'esperienza.

Voglio parlare della mia esperienza all'aeroporto, luogo nel quale ho lavorato per circa 20 anni (e l'espressione circa indica che tenendo in considerazione un'aspettativa per un trasferimento all'estero e l'aspettativa maternità, i 20 anni non sono precisi).

Ho iniziato a lavorare in aeroporto a 27 anni, dopo varie esperienze di lavoro free lance. Non avevo mai accarezzato il sogno di lavorarci, differentemente da molte altre colleghe. Per me questo lavoro era importante per una sola ragione: mi rendeva indipendente e mi permetteva di spiccare il classico volo fuori di casa, che non mi ero potuta permettere in precedenza.

Allora un lavoro come questo era considerato "da privilegiati": buon stipendio, lavoro interessante e stimolante, qualche privilegio, ambiente giovane. Tutto vero. Tuttavia la cosa che mi pesò, inizialmente, erano i turni. Dovevi dare una disponibilità 24 ore su 24: i turni allora iniziavano alle 6 e terminavano alle 24. A rotazione: ciò significava che iniziavi con un turno estremo del pomeriggio (16-24 ad esempio) per poi risalire di giorno in giorno, per 4 giorni, fino ai turni diurni, i 6-14, ad esempio. Non si lavorava dal lunedì al venerdì, sabato e domenica a casa. I riposi erano a scalare: sempre infrasettimanali. Ogni 6 settimane ti capitava il week end. Ogni 5 settimane ti capitava un solo giorno di riposo. Credo che tutti i lavori da turnista siano organizzati in modo simile.

La prima cosa di cui mi resi conto è che avrei avuto grandi difficoltà ad incontrare i miei amici, i quali, per la maggior parte, avevano orari d'ufficio. Avrei avuto difficoltà ad organizzarmi anche le attività che seguivo, come la scuola di teatro, che si svolgevano o durante il week end, o di sera, dopo l'orario d'ufficio. Ma l'obiettivo era l'indipendenza e questo per me era di vitale importanza. Molti colleghi sentivano le stesse necessità e, sebbene fosse possibile cambiare turni e riposi, la propria vita sociale era letteralmente dimezzata. Capii quindi che chi lavorava a turni aveva praticamente riorganizzato la propria esistenza, al di fuori del lavoro, in base alle turnazioni: dalle turnazioni era influenzata non solo la vita sociale, ma anche quella famigliare, la disponibilità verso partner e figli, tutto, insomma.

Il nostro istruttore (ossia colui che ci impartì le nozioni basilari per poter lavorare al check in - mio primo settore di lavoro), decise un giorno di portarci a fare una gita "turistica" nei vari settori del sedime aeroportuale. Eravamo molto incuriositi, mentre percorrevamo le varie aree. Lui ci spiegava cosa avveniva in ogni settore, allo scopo di mostrare come ogni attività fosse saldamente collegata ad un'altra, come il processo lavorativo, se correttamente svolto da ogni singolo individuo in quel contesto, portasse ad un'armonia di insieme che creava un'equilibrio miracolosamente integro, offrendo un servizio impeccabile alla clientela ed alle compagnie aeree.

Ad un certo punto, dopo averci presentato alcune persone, tra cui alcune coppie, ci rivelò una verità, a dir suo inconfutabile:"Vedete ragazzi, dato il cambiamento che le turnazioni operano sulla vita, molti matrimoni o legami importanti si creano tra colleghi. Vedrete, anche per voi sarà così". Spontaneamente, rivelando la fastidiosa provocazione di quella previsione, risposi:"Io non lo farò mai!" Data la mia timidezza di allora, questo mi costò un'occhiata di perplessità dei compagni di corso ed un'occhiataccia dell'istruttore e delle coppie presenti. Non compresi, allora, che avevo già compreso tutto e paventavo l'inconoscibile futuro delle nostre ignare persone.

E, siccome siamo sempre artefici dei nostri destini, nonchè, a volte, anzi spesso inconsapevoli attori di una commedia che prevede varie ed eventuali, l'inizio della mia vita lavorativa fu un casino.

Amici, zero. Si ritagliavano loro i momenti per incontrarmi, questo finchè non mi impratichii nello scambio turni, che si rivelò indispensabile, ma non sempre facile. Da questo momento in poi lo scambio affettivo, culturale e esperienziale divenne ostico. Ogni qualvolta incontrassi un amico (raramente di sera, per un teatro o un cinema, spesso di giorno e per poco) questo scambio si era ridotto all'osso. Inoltre il lavoro, questo lavoro, cambiava sostanzialmente la persona, come qualsiasi lavoro a contatto col pubblico: era interessante, a volte molto divertente, ma anche ansiogeno e stressante. Di fatto mi resi conto che lo know how richiesto ed le caratteristiche necessarie per far fronte ad esso, giustificassero in pieno lo stipendio.

Cambiai, e cambiai molto. La scuola di teatro che frequentavo ormai da alcuni anni mi aveva condotto in un percorso di conoscenza interiore, che aveva acuito la mia sensibilità, permettendomi una più attenta osservazione dell'altro da me. Ero diventata anche più estroversa, avevo guadagnato in autostima; tuttavia non avevo ancora acquisito, nonostante l'età e l'esperienza di vita (rimarchevole rispetto ad altre persone della mia cerchia di amicizie e conoscenze) quella consapevolezza profonda dei miei bisogni e delle mie esigenze, tanto basilare per la solidità di una persona.

Bene: non riuscii più a frequentare la mia amata scuola di teatro. Riuscii a fare l'ultimo spettacolo qualche mese dopo la mia assunzione, dormendo poche ore a notte, per le prove e i turni, e riuscendo con molta difficoltà a cambiare due riposi per uno spettacolo fuori porta. Il mio maestro, l'adorato (da tutti noi) Gianni Mantesi, mi disse un giorno:"Piccina, ti sei scelta proprio un lavoro di merda" e anni dopo, quando lo andai a trovare in camerino dopo uno spettacolo, mi abbracciò, mi baciò e mi chiese, davanti agli occhi stupiti di mia madre:"E dimmi, tesoro, fai sempre quel lavoro di merda?"

Me n'ero andata da quella scuola con dolore, come sempre, quando abbandoni un luogo, delle persone che sono state importanti per te.

Si fanno delle scelte: e a casa mia avevo imparato che le scelte si ponderavano bene, le si guardava da tutti i lati con sufficiente (e quant'è in realtà sufficiente?) buon senso e poi, via! Le si faceva. Le scelte si doveva fare con metà pancia e metà testa. L'importante era mettersi in gioco: spesso una scelta comporta un abbandono, una porta chiusa. Mi ci son voluti 20 anni per capire che se vogliamo, le scelte comportano un arrivederci e a volte una porta socchiusa.

Questa inesperienza creò una grossa rivoluzione nella mia vita. Lasciai che i nuovi ritmi e il nuovo lavoro mi possedessero a tal punto da sconvolgere interi equilibri, che, evidentemente non erano saldi di per se.

Ma non mi arrendo facilmente e quello che il nuovo lavoro portò fu nuove amicizie, esperienza nel lavoro ed esperienza umana. Mai, però, agli inizi, mi fu possibile metabolizzare questo nuovo inaspettato guadagno, perchè la stanchezza, la tensione, i bioritmi completamente stravolti, ottenebravano ogni realtà positiva, persino la benchè minima evoluzione.

Avevo stretto amicizie con persone affini o per educazione famigliare o per sensibilità o per interessi. Molte amicizie perdurano ancora, si sono rafforzate, sono più profonde e decisamente stimolanti. Sono nate e cresciute a dispetto di tutto e di tutti, soprattutto di un ambiente così attento alla furbizia e all'apparenza.

In principio pensai che io, con quell'ambiente, c'entrassi, come si suol dire, come i cavoli a merenda: il che era assolutamente vero. Ma questo è il bello.

Questi 20 anni di lavoro, non nel bene e nel male, bensì col bene e col male, hanno cambiato la mia persona. Mi hanno reso una persona, che dopo aver sofferto, patito e creato rancore, patito e creato invidia, alimentato rabbia in me stessa e negli altri, prova e proverà sempre verso questo luogo, i suoi abitanti fissi, i suoi viandanti una grande profonda gratitudine.

Vi spiegherò perchè.

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