giovedì, gennaio 31, 2008




Quando arrivai in aeroporto ero la quint’essenza del naif: una vera e propria Alice nel paese delle Meraviglie. Chiaramente, non è che traduzioni, fiere ed interpretariato (e neppure l’esperienza col teatro) avessero cambiato molto della mia persona: sicuramente avevo una autonomia di pensiero non indifferente, un senso critico piuttosto spiccato (quello non mi aiutò affatto) ed un notevole desiderio di indipendenza. Avevo molti interessi e le mie amicizie mi erano affini sia nell’educazione, sia nella curiosità culturale. Lo scempio che permisi che avvenisse sulla mia persona fu incredibile.
Come ho detto in precedenza, riuscii a farmi una piccola cerchia di amicizie sul lavoro. Con molti di loro avevo impostato legami superficiali, con altri, pochissimi, a dire il vero, stavo scoprendo, sulla base di affinità famigliari o simpatia reciproca, nuovi orizzonti: gli orizzonti erano quelli del volontariato serio, della passione dei viaggi, dell’informatica, della letteratura, della simpatia ed estroversione contagiosa. Quelli che tra di loro avranno voglia e tempo di leggere queste parole, vi si riconosceranno subito. A loro, alla loro presenza lego, in notevole parte, la mia resistenza in questo posto di lavoro. A loro la mia immensa gratitudine per aver reso meno doloroso il mio “inizio di partita”. A loro il mio immenso affetto per aver condiviso momenti brutti, bizzarri o curiosi, per essersi aperti a me con generosità, per il loro affetto. “Loro” sono i colleghi di tutti i reparti in cui ho lavorato. Non solo quelli che avevano la mia stessa mansione, bensì, più tardi, coloro che, per ruolo, fui
Costretta a chiamare “sottoposti”. Questi pistolotti logorroici che scrivo con tutto il cuore li dedico a tutti loro.

Alice nel Paese delle Meraviglie entrò all’Aeroporto del Paese delle Meraviglie (quintessenza dei non luoghi!) nel luglio del 1986. Qualche settimana di aula di addestramento (con un insegnante severissimo ed abbastanza intransigente – non lo ringrazierò mai abbastanza – la sua bravura e la sua antipatia mi prepararono all’ambientino che dovevo affrotare)

venerdì, gennaio 25, 2008

Gratitudine 2
Ho, abbiamo tutti lavorato in un "non luogo" (Marc Augè), un limbo metropolitano, uno spazio di arrivo e partenza, in cui noi lavoratori siamo stati (e molti sono ancora) un popolo abitante ma non troppo: tuttavia, anche lontano da questo "non luogo", molto legati ad esso, con un forte senso di appartenenza.
Come abitanti di "non luogo" abbiamo cercato di rendere col nostro essere e col nostro fare, questo luogo accogliente e ospitale. Non vi è persona alcuna, che io abbia conosciuto, che si è allontanata da questa volontà, da questa necessità.
Non credo che questo avesse a che fare con un obiettivo: il servizio alla comunità. Credo che si sia autoprodotta invece una sorta di selezione naturale, che, con tutto il rispetto verso gli organi preposti alla selezione del personale, è stata frutto di una scelta individuale.
Nel primo anno di lavoro, ho visto molte persone andarsene: molti avevano ricevuto altre proposte di lavoro, altre non si sentivano di sopportare lo stress dei turni e del contatto col pubblico. Erano persone molto valide ed entusiaste, tuttavia avevano capito che quella non era la loro strada.
Una delle note positive più apprezzate in questo lavoro consisteva nel fatto che "non ti portavi il lavoro a casa": timbravi il cartellino e non avevi pratiche in sospeso, clienti da richiamare, scadenze da rispettare. Nulla di più errato! Il lavoro te lo portavi e te lo porti ancora, a casa! Mi si chiederà: ma quale lavoro? Ti porti a casa gli aerei? I passeggeri? Sissignore!
Ti porti a casa aerei e passeggeri! Non nel senso che di notte, a letto, ti giri e dici:"Scusa sposta la fusoliera un pò più in là che non ho spazio!" oppure "Scusi, finchè non torna con l'autorizzazione della compagnia aerea, non dormo".
No....quasi.
Beh, di casi "difficili" ne capitano tanti: persone con biglietti scaduti e che non ne vogliono sapere di comprare un biglietto nuovo, persone con biglietti contraffatti, documenti scaduti, prive di documenti, persone che ignorano regole sui bagagli, sui tempi di presentazione al check in, su ciò che possono o non possono trasportare con sè, persone in estremo ritardo, con veri e propri problemi di salute che qualcuno non ha informato sulle tempistiche di presentazione o sulle modalità di trasporto.
Queste difficoltà, tuttavia, diventano casistica normale e, col tempo e con l'esperienza, si impara ad affrontarle, a risolverle. Nel bene del passeggero.
Tutto cambia, però, quando la tua controparte non collabora: quando, per sue problematiche personali, boicotta il tuo lavoro con rabbia, arroganza, presunzione. Due o tre casi al giorno (o anche di più, sotto Natale o d'estate) e ti porti il passeggero "a casa". Te lo porti anche "in mensa", ove diventa argomento di conversazione coi colleghi e argomento di conversazione tra il tuo stomaco e il tuo fegato, con ovvie conseguenze sulla digestione.
Ogni giorno, inizialmente, pensi:"ma chi me la fa fare?" ed inevitabilmente ogni giorno ti rispondi "andrà meglio".
Ogni giorno capita qualcosa di più complesso e che coinvolge, magari, più persone e tu ti dici "questo è il mio lavoro, devo imparare a farlo. non è sempre così e poi mi dà da mangiare"
Nel periodo delle nebbie (oggi non così frequente come 10-15 anni fa) avevi un bel da fare a gestirti al banco di check in 20-30 persone che continuamente ti chiedevano se qualcosa è cambiato (con una frequenza di 10-15 minuti ognuno...). Nei casi di overbooking, d'estate, ti ci vuole una calma ed un rispetto buddici per spiegare ad una persona che parte per una meritata vacanza, che, pur essendosi presentata assolutamente in tempo per la registrazione, la compagnia aerea ha venduto 30 posti in più oltre il massimo di capienza dell'aereo e che il volo è già pieno: i primi tempi non hai il necessario distacco per affrontare la delusione e la rabbia altrui (distacco che è necessario per trovare soluzioni alternative). Ti lasci coinvolgere e soccombi emotivamente.
Durante lo sciopero dei piloti Alitalia di parecchi anni fa, non riuscivi a far capire alle persone che tu non lavori per una compagnia specifica, bensì per tutte le compagnie, ossia per un ente di gestione dei servizi aeroportuali:
quindi, regolarmente, ti sentivi apostrofare in malo modo, qualcuno si è visto allungare anche un ceffone.
Il peggio è che, per la società per cui lavori, tutto ciò è perfettamente fisiologico.

martedì, gennaio 22, 2008


Gratitudine 1.

Ci sono cose non semplici, nella vita. Ad esempio: sentirsi grati di esperienze difficili e gravose, esperienze che hanno messo a dura prova il tuo essere. Utilizzo l'espressione essere, perchè non si parla solo di persona, mente, psiche, ma di tutto il tuo contesto vitale in cui vivevi nel momento in cui hai avuto quest'esperienza.

Voglio parlare della mia esperienza all'aeroporto, luogo nel quale ho lavorato per circa 20 anni (e l'espressione circa indica che tenendo in considerazione un'aspettativa per un trasferimento all'estero e l'aspettativa maternità, i 20 anni non sono precisi).

Ho iniziato a lavorare in aeroporto a 27 anni, dopo varie esperienze di lavoro free lance. Non avevo mai accarezzato il sogno di lavorarci, differentemente da molte altre colleghe. Per me questo lavoro era importante per una sola ragione: mi rendeva indipendente e mi permetteva di spiccare il classico volo fuori di casa, che non mi ero potuta permettere in precedenza.

Allora un lavoro come questo era considerato "da privilegiati": buon stipendio, lavoro interessante e stimolante, qualche privilegio, ambiente giovane. Tutto vero. Tuttavia la cosa che mi pesò, inizialmente, erano i turni. Dovevi dare una disponibilità 24 ore su 24: i turni allora iniziavano alle 6 e terminavano alle 24. A rotazione: ciò significava che iniziavi con un turno estremo del pomeriggio (16-24 ad esempio) per poi risalire di giorno in giorno, per 4 giorni, fino ai turni diurni, i 6-14, ad esempio. Non si lavorava dal lunedì al venerdì, sabato e domenica a casa. I riposi erano a scalare: sempre infrasettimanali. Ogni 6 settimane ti capitava il week end. Ogni 5 settimane ti capitava un solo giorno di riposo. Credo che tutti i lavori da turnista siano organizzati in modo simile.

La prima cosa di cui mi resi conto è che avrei avuto grandi difficoltà ad incontrare i miei amici, i quali, per la maggior parte, avevano orari d'ufficio. Avrei avuto difficoltà ad organizzarmi anche le attività che seguivo, come la scuola di teatro, che si svolgevano o durante il week end, o di sera, dopo l'orario d'ufficio. Ma l'obiettivo era l'indipendenza e questo per me era di vitale importanza. Molti colleghi sentivano le stesse necessità e, sebbene fosse possibile cambiare turni e riposi, la propria vita sociale era letteralmente dimezzata. Capii quindi che chi lavorava a turni aveva praticamente riorganizzato la propria esistenza, al di fuori del lavoro, in base alle turnazioni: dalle turnazioni era influenzata non solo la vita sociale, ma anche quella famigliare, la disponibilità verso partner e figli, tutto, insomma.

Il nostro istruttore (ossia colui che ci impartì le nozioni basilari per poter lavorare al check in - mio primo settore di lavoro), decise un giorno di portarci a fare una gita "turistica" nei vari settori del sedime aeroportuale. Eravamo molto incuriositi, mentre percorrevamo le varie aree. Lui ci spiegava cosa avveniva in ogni settore, allo scopo di mostrare come ogni attività fosse saldamente collegata ad un'altra, come il processo lavorativo, se correttamente svolto da ogni singolo individuo in quel contesto, portasse ad un'armonia di insieme che creava un'equilibrio miracolosamente integro, offrendo un servizio impeccabile alla clientela ed alle compagnie aeree.

Ad un certo punto, dopo averci presentato alcune persone, tra cui alcune coppie, ci rivelò una verità, a dir suo inconfutabile:"Vedete ragazzi, dato il cambiamento che le turnazioni operano sulla vita, molti matrimoni o legami importanti si creano tra colleghi. Vedrete, anche per voi sarà così". Spontaneamente, rivelando la fastidiosa provocazione di quella previsione, risposi:"Io non lo farò mai!" Data la mia timidezza di allora, questo mi costò un'occhiata di perplessità dei compagni di corso ed un'occhiataccia dell'istruttore e delle coppie presenti. Non compresi, allora, che avevo già compreso tutto e paventavo l'inconoscibile futuro delle nostre ignare persone.

E, siccome siamo sempre artefici dei nostri destini, nonchè, a volte, anzi spesso inconsapevoli attori di una commedia che prevede varie ed eventuali, l'inizio della mia vita lavorativa fu un casino.

Amici, zero. Si ritagliavano loro i momenti per incontrarmi, questo finchè non mi impratichii nello scambio turni, che si rivelò indispensabile, ma non sempre facile. Da questo momento in poi lo scambio affettivo, culturale e esperienziale divenne ostico. Ogni qualvolta incontrassi un amico (raramente di sera, per un teatro o un cinema, spesso di giorno e per poco) questo scambio si era ridotto all'osso. Inoltre il lavoro, questo lavoro, cambiava sostanzialmente la persona, come qualsiasi lavoro a contatto col pubblico: era interessante, a volte molto divertente, ma anche ansiogeno e stressante. Di fatto mi resi conto che lo know how richiesto ed le caratteristiche necessarie per far fronte ad esso, giustificassero in pieno lo stipendio.

Cambiai, e cambiai molto. La scuola di teatro che frequentavo ormai da alcuni anni mi aveva condotto in un percorso di conoscenza interiore, che aveva acuito la mia sensibilità, permettendomi una più attenta osservazione dell'altro da me. Ero diventata anche più estroversa, avevo guadagnato in autostima; tuttavia non avevo ancora acquisito, nonostante l'età e l'esperienza di vita (rimarchevole rispetto ad altre persone della mia cerchia di amicizie e conoscenze) quella consapevolezza profonda dei miei bisogni e delle mie esigenze, tanto basilare per la solidità di una persona.

Bene: non riuscii più a frequentare la mia amata scuola di teatro. Riuscii a fare l'ultimo spettacolo qualche mese dopo la mia assunzione, dormendo poche ore a notte, per le prove e i turni, e riuscendo con molta difficoltà a cambiare due riposi per uno spettacolo fuori porta. Il mio maestro, l'adorato (da tutti noi) Gianni Mantesi, mi disse un giorno:"Piccina, ti sei scelta proprio un lavoro di merda" e anni dopo, quando lo andai a trovare in camerino dopo uno spettacolo, mi abbracciò, mi baciò e mi chiese, davanti agli occhi stupiti di mia madre:"E dimmi, tesoro, fai sempre quel lavoro di merda?"

Me n'ero andata da quella scuola con dolore, come sempre, quando abbandoni un luogo, delle persone che sono state importanti per te.

Si fanno delle scelte: e a casa mia avevo imparato che le scelte si ponderavano bene, le si guardava da tutti i lati con sufficiente (e quant'è in realtà sufficiente?) buon senso e poi, via! Le si faceva. Le scelte si doveva fare con metà pancia e metà testa. L'importante era mettersi in gioco: spesso una scelta comporta un abbandono, una porta chiusa. Mi ci son voluti 20 anni per capire che se vogliamo, le scelte comportano un arrivederci e a volte una porta socchiusa.

Questa inesperienza creò una grossa rivoluzione nella mia vita. Lasciai che i nuovi ritmi e il nuovo lavoro mi possedessero a tal punto da sconvolgere interi equilibri, che, evidentemente non erano saldi di per se.

Ma non mi arrendo facilmente e quello che il nuovo lavoro portò fu nuove amicizie, esperienza nel lavoro ed esperienza umana. Mai, però, agli inizi, mi fu possibile metabolizzare questo nuovo inaspettato guadagno, perchè la stanchezza, la tensione, i bioritmi completamente stravolti, ottenebravano ogni realtà positiva, persino la benchè minima evoluzione.

Avevo stretto amicizie con persone affini o per educazione famigliare o per sensibilità o per interessi. Molte amicizie perdurano ancora, si sono rafforzate, sono più profonde e decisamente stimolanti. Sono nate e cresciute a dispetto di tutto e di tutti, soprattutto di un ambiente così attento alla furbizia e all'apparenza.

In principio pensai che io, con quell'ambiente, c'entrassi, come si suol dire, come i cavoli a merenda: il che era assolutamente vero. Ma questo è il bello.

Questi 20 anni di lavoro, non nel bene e nel male, bensì col bene e col male, hanno cambiato la mia persona. Mi hanno reso una persona, che dopo aver sofferto, patito e creato rancore, patito e creato invidia, alimentato rabbia in me stessa e negli altri, prova e proverà sempre verso questo luogo, i suoi abitanti fissi, i suoi viandanti una grande profonda gratitudine.

Vi spiegherò perchè.

mercoledì, gennaio 16, 2008

Carosello

la plastica trasformò la ns vita quotidiana....p.s. il marito casalingo e la moglie architetto...erano gli anni 60!

CAROSELLO - il castello di camelotto -

me lo ricordo!!!! ero così piccola! Che nostalgia!!!
I refrain della pubblicità diventarono dei modi di dire...

lunedì, gennaio 07, 2008


aria di Natale
queste sono alcune considerazioni molto private e personali...
Ditemi chi di voi abbia sentito l'anno scorso, nel 2007, l'atmosfera del Natale. A Milano ho intervistato molte persone a questo riguardo. Nessuna lo sentiva. Gli adulti per motivazioni facilmente comprensibili: le difficoltà economiche, le grosse responsabilità, un'aria generale che tendeva al depresso variabile, anche tra i più giocondi e ottimisti. Altri, per difendersi, hanno optato per una tendenza al "che cavolo me ne frega": negozi semivuoti, luminarie poche e brutte - e alzi la mano chi ha gradito la scelta dell'illuminazione blu elettrico da self service dell'Arizona -.
Quel che è peggio, nessuno ha voluto ricordare o rinverdire vecchie tradizioni: i media, "mi si conseenta", hanno dato il loro peggio in fatto di programmazione, i comuni in fatto di organizzazione (più atmosfera e meno programmi "sboroni"!).
Non c'è da lamentarsi se fin da bambini i giovani italiani legano il Natale al più bieco consumismo. O i regali o i patinoire artificiali, nessuna iniziativa di quartiere che non sia un mercato.
(comprate, comprate, non pensate, non meditate)
E sia anche che vuoi fare dei regali, ma che tristezza di vie, che laconicità di vetrine!
Il 24 di dicembre mi sono data appuntamento con un'amica in una pasticceria di Viale Piave, per scambiarci i regali. Erano le 16.15. La maggior parte dei negozi della via ERANO CHIUSI!!!!
Ero combattuta tra l'essere scandalizzata (ma come, alla vigilia di Natale?) , demoralizzata (devono aver venduto così poco che hanno chiuso i battenti in una crisi di depressione) o sconfortata
(sono proprio limitata: non capisco l'obiettivo di questa serrata, mi manca lo Know Why)
La via buia...
Che saudade...
Beh, guardate l'entrata di questa Arcade di una via del centro di Londra. Ed è solo una delle tante! Com'erano decorati ed illuminati i negozi, i grandi magazzini, le vie interne, gli hotel! Altro che via della Spiga: inaugurata in pompa magna questo dicembre come il Pasqualino Settebellezze del quadrilatero della moda a Milano!
Ricchezza? Eh, ma perchè noi ostentiamo tanto la nostra opulenza e il nostro gusto? Certo ora di opulenza "pare" ce ne sia poca ma il gusto non scompare dall'oggi al domani, non vi pare?
Non eravamo forse gli artisti delle atmosfere? Abbiamo forse passato il testimone alla contraffazione d'oltreoceano?
Conosco parecchie persone di molte etnie e, a quanto so, il Natale ha sempre coinvolto tutti, magicamente,miracolosamente.
Mia suocera, che non è cristiana, mi confessò, un giorno, che da piccola, in Ungheria, abitava vicino a famiglie cristiane che onoravano il Natale con un'atmosfera fatta di tradizioni, decori, allegria e pace che la attraevano molto: spesso chiedeva ai suoi di andare a giocare con i suoi piccoli vicini di casa, cosa a cui nè i suoi genitori, nè i vicini si opponevano. Lei rimaneva estasiata. Parliamo degli anni 30-40.
Io mi ostino a fare l'albero tutti gli anni, a mettere ghirlande o decori fuori della porta e per casa. Come sempre, nella tradizione della famiglia. E parlo solo di tradizioni "estetiche" ma che preparano lo spirito ad un periodo diverso, speciale, di rinnovamento ciclico, sempre importante.
Ma non ho visto molto, per strada: poche luci apparire e scomparire dal buio delle finestre: nessuna decalcomania sui vetri delle finestre.. sì qualosa sui balconi, i babbi natale fatti in Cina, che perseverano a fare esercizio aerobico, scegliendo di salire le scale a pioli, piuttosto che venir dolcemente rilasciati dalla magica slitta sui tetti delle case. Fra un pò anche loro saranno magri, abbronzati, magari con l'i-pod all'orecchio e suoneranno al citofono.
La grandeur delle luminarie e la raffinatezza delle decorazioni a Londra mi ha lasciato di stucco. Qualcuno mi ha detto che non sono mai stata in America, lì si che sono grandiose: mi hanno anche parlato dei paesi del Nord, lì si che ogni casa viene decorata con gioia, si incontrano gli amici, si onora il prima il durante e il dopo Natale e le strade sono varopinte e ci sono ancora musica e canti e concerti piccoli e grandi. E la festa non è solo per il ricevere nelle mani, ma attraverso gli occhi, le orecchie, il gusto (dolci e torte delle Feste fatti in casa preferibilmente insieme alla famiglia o agli amici più cari) e soprattutto dare e ricevere col cuore. Ci si tenta, ancora e ancora.
Qui sono scomparsi anche gli zampognari: prima suonavano in periodo d'avvento, poi comparivano anche in settembre ottobre e gli idioti dicevano che portavan rogna, poi sono emigrati altrove, forse al caldo, forse hanno appeso le zampogne al chiodo per tempi migliori.
Da noi il 22 in piazza Duomo è stato organizzato il concerto di un cantante americano.
Il giorno dell'Epifania c'è stata la manifestazione multietnica con canti e balli per sentirci tutti più buoni, ma il giorno dopo ci saranno di nuovo quelli che odiano i cinesi per un verso, i marocchini per un altro e chiunque sia diverso non solo per colore, ma anche per fede e pensiero, per qualsiasi cosa.

The squirrel
Lo scoiattolo che vedete è uscito allo scoperto (ci è quasi venuto in mano) dopo che si era dato una bella grattatina alla schiena su un'alberello scheletrito di Hyde Park. Ci è saltellato intorno, ci ha osservato con curiosità, poi è ripartito per altri lidi, con delicata giocondità.
La leggerezza
Mi era stato sempre descritto come un popolo serioso e bacchettone, molto attento all'etichetta, ma osservando bene gli inglesi che ho avuto il piacere di incontrare e per inglesi intendo anche le persone naturalizzate, mi sono resa conto che forse questi preconcetti fanno un pochino sfatati. Non voglio entrar nel merito della serietà (che all'occhio del visitatore e soprattutto del turista consumato, si presenta come educazione e rispetto) e del rispetto delle tradizioni ( che, peraltro si consumerà in privato o nell'ambito sociale e lavorativo). Quello che appare ad uno sguardo fugace è il comportamento di un popolo che sta armoniosamente sta completando un puzzle di convivenza multietnica notevole. Il "non inglese" dimostra una fierezza di inserimento in ruoli e competenze sempre maggiori. Tuttavia credo i problemi di inserimento delle varie etnie non siano ancora completi (i gruppi della stessa etnia sono quasi sempre omogenei, ma spesso si vedono giovani di diversa etnia relazionarsi con spontaneità e confidenza, molte le coppie miste..): le generazioni giovani completeranno l'opera.
Molti, moltissimi gli italiani che vivono e lavorano a Londra, nel settore del commercio e della ristorazione. Trent'anni fa non erano così tanti: il che fa pensare che molti abbiano espatriato in questi anni. Moltissimi i giovani in età universitaria che lavorano in esercizi commerciali come coffee bar, negozi e grandi magazzini. Un'unico dispiacere: spesso anche se ti sentono parlare in italiano con il tuo amico o famigliare, fanno finta di niente e non ti dicono di essere italiani (ma lo scopri appena parlano con un collega o, ancor peggio dalla targhetta del nome). Gli italiani all'estero si vergognano di essere italiani? Hanno forse ragione?
Beh, a volte sì: non sempre il comportamento dell'italiano turista è rispettoso. Un'aneddoto gustoso: un giorno io e mia figlia ci siamo concesse un pranzo in una catena di ristoranti specializzati in carne pregiata (gli Angus Steak House). Pur stando attente a ciò che sceglievamo, avevamo fatto una scelta inusuale per noi, ma cosciente.
Due tavoli più in là, una coppia di italiani sui 50 anni. Arriva il conto (ah, tanto per saperlo, al 99% nel conto non è compreso il servizio). Reazione:
"sti cazzi! Col cazzo che gliela lascio la mancia a questi qui!" tutto ad alta voce. Piccola precisazione: il menu con relativi prezzi era esposto anche all'esterno del ristorante. A voi gli eventuali ma non indispensabili commenti.
Secondo aneddoto: in vacanza si è felici, e va bene così. Sei grato per la vacanza, ed è giusto. Gruppo di due coppie italiane sale sulla carrozza della metropolitana e si piazza come in un calcio di rigore, davanti all'uscita. Parla a voce alta, due si baciano ripetutamente e poi fanno la guerra del solletico. Nel frattempo si arriva in stazione. E da quella porta non riesce ad uscire ed entrare la gente, se non urtandoli o chiedendo loro di spostarsi.
Dove si trovano molti italiani? Da Burberry, dove una sciarpa (la più amata dagli adolescenti snob italiani) rigorosamente in cachemere costa 140 sterline, dove vi sono aree limitatissime di saldi e dove le borse costano non al di sotto delle 200 sterline. Loro comprano, comprano.
Da Fortum and Mason's, ma non per i saldi. Nei negozi più in di Bond Street, ma anche da Selfridges e soprattutto da Harrods. In compenso non ne ho sentito nessuno da Abercrombie & Fitch, tempio dell'abbigliamento
giovane e fighetto per adolescenti bene, dove mi ha portato di forza mia figlia. Prezzi "italiani" (non alti, ma neppure da mercato), molto ricercato per la semplice raffinatezza del mastodontico negozio in Brookfield str. in cui commessi e le commesse sono rigorosamente under 20 e tutti belli. Bei ragazzi ti aprono la porta del negozio e, se sei adolescente e hai "fortuna", ti può capitare che sia presente anche qualcuno dei loro mitici modelli (quando siamo andate noi ce n'era uno a torno nudo sull'uscio: io da mamma gli avrei detto "e coprete fijio mio..." mia figlia a momenti sveniva).
Squirrell, non solo come delicatezza e leggerezza, ma anche come velocità.
Gli inglesi corrono, ma...raramente verrete urtati da un autoctono.
Sulle scale mobili del metrò, occhio a tenere la destra, perchè, differentemente dalla circolazione stradale del luogo, qui vige la corsia di sorpasso a sinistra. Non vi fate trovare impreparati. Pena un "excuse me" che vi trapanerà un timpano e vi lascerà sensi di colpa fino alla fine della giornata. Gli inglesi rispettano le code: preconcetto così bello......
Gli inglesi hanno un traffico dell'accidente e pochi semafori, ma come fanno? Hanno pulsantiere ai pochi semafori che permettono di desiderare ed ottenere il verde, ma come fanno? Rispettano i passaggi pedonali: ma come fanno?
Hanno milioni di taxi, radiotaxi, navette per qualsiasi posto e ancora riesci a fermare un taxi al volo. Perchè noi no? I taxi sono talmente largi nel luogo nel passeggero che ti puoi sedere con un baule due cani ed i sacchetti della spesa. Da noi in queste condizioni non ti accettano manco morto.
I bus alle fermate aspettano qualche minuto e se vedono che non arriva nessuno ma proprio nessuno, ripartono. Prova tu ad arrivare al tuo bus a Milano correndo con la lingua fuori nel momento in cui da verde scatta il rosso oppure il bus ha chiuso le porte, ma è ancora in fermata: col cucù che ti fa salire.
Rispetto, rispetto, rispetto. Accoglienza, leggerezza, serietà e indipendenza.
Parola di squirrel

Londra - gennaio 2008


Ora ti racconto di Londra........
sono tornata da Londra, malvolentieri . In effetti a Heathrow, per un attimo, ho avuto un guizzo, un lampo, una tentazione: quella di riprendere la metropolitana e tornare in città, cercarmi un bed and breakfast, un appartamentino a buon mercato e fermarmi di più. Tuttavia vi erano motivazioni e responsabilità serie che mi spingevano a tornare. Ma la tentazione era molto, molto forte.
Sono tornata a Londra dopo trent'anni (se dimentichiamo i mordi e fuggi per accompagnare due amiche e una scappata veloce per farla brevissimamente visitare a mia figlia bambina, di corsa - ero di stanza a Brighton, allora -).
Londra è stata per me una città d'adozione, una delle città che mi ha accolto con cura e tenerezza, quando, adolescente, mi recai per la prima volta fuori di casa, a vivere per tre mesi lontano dalla mia famiglia.
Ci siamo trovate, io e lei, cambiate entrambe, con molte rughe sull'anima e grossi dolori in più, io con una figlia adolescente entusiasta e curiosa, lei con molti figli in più, tutti di diversa estrazione, apparentemente molto integrati e fieri sia della propria provenienza sia della propria identità.
Trent'anni fa, quando mi svegliai in una fresca mattina di giugno e uscii dall'ostello per farmi una passeggiata, fugii di corsa nella mia stanza spaventata da tutta "quella gente, tanta gente, di tante razze diverse".
Io venivo da Milano, città considerata moderna, all'avanguardia, "a la page". Mi pareva di provenire da un paesino della campagna, operoso, popolato, indaffarato, ma comunque da un modesto paesino della bassa.
Fu il gruppo, la condivisione con gli altri studenti ad aiutarmi: una via di mezzo tra Alice nel Paese delle meraviglie ed il Mago di Oz.
In capo ad un mese, aiutavo io i nuovi, o gli amici in difficoltà.
Non era sicuramente merito mio, bensì del gruppo, e della città. L'accoglienza di questa città.
Trovarmi lì dopo tanto tempo, è stato come...tornare a casa.
Nelle prime visite veloci fatte in precedenza, avevo una tendenza: quella che io chiamo "tornare all'ombelico del mondo". Dovevo sempre fare una sorta di pellegrinaggio verso i luoghi in cui avevo vissuto: Campden Hill Rd e Olympia. E tutte le volte che mi apprestavo a percorrere queste strade, mi prendeva un groppo in gola, una stretta al cuore, una delicata maliconia.
Questa volta no: ho tentato di mettermi alla prova. Ho detto a mia figlia:ora ti faccio vedere dove studiava la mamma. Ma ho iniziato a percorrere Camden Hill Rd e, poco dopo le belle case sulla sinistra (venendo da Kensington Hill Str) e gli edifici del municipio sulla destra, non appena ci stavamo apprestando ad attraversare la strada per raggiungere gli edifici universitari, ci siamo fermate. Stavamo chiacchierando. Ho indicato la palazzina in cui dormivo, la mia camera e dove studiavo e poi con un sorriso ho girato i tacchi: avevamo altri programmi divertenti ed interessanti. Ci siamo fermati a mangiare in un bel posticino in Camden Hill, il Med Kitchen (www.medkitchen.co.uk) e poi siamo andate a South Bank, dove il richiamo di un giro sul London Eye e di una passeggiata sul Millenium Bridge era troppo forte.
Sono cambiata. Quella scappata mi ha fatto bene: mi ha fatto capire che quel luogo era già fortemente dentro di me. Ed io volevo guardare oltre.
Abbiamo prenotato un pò all'ultimo e, avendo deciso di partire proprio durante le feste natalizie, farsi un pacchetto di soli 4 giorni, risultava costoso, persino con Internet. Partire dal 2 gennaio (rinunciando alla parata del primo dell'anno) mi sembrava più consono alle mie tasche. Ho trovato sistemazione in un hotel turistico in zona Bloomsbury il President Hotel, accanto a Russel Sq. Hotel accettabile, se si opta, al posto delle camere piccolissime ma tranquille verso il cavedio interno per le camere verso la strada un pò più rumorose ma più carine: l'hotel in generale è abbastanza pulito ed il personale molto gentile e disponibile. Uniche pecche: l'assenza dello scopino pulisci water in bagno (imbarazzante) e la pochezza del continental breakfast, servito in una sala piccolissima, strapiena, in cui le tovaglie, ahimè di tessuto (nonostante ciò sia positivo) sono sempre macchiate, colme di briciole e non vengono affatto rassettate. Il servizio in questa sala latita. La colazione consiste in fette di pan carrè prearrostite, burrini e marmellatine (non male) e qualche frutto sciroppato posto in micropiatti a disposizione, se riuscite a trovarne....Molto meglio optare per l'english breakfast, servito in un'ampia sala, con uova, bacon e altre cibarie tenute in caldo, da gustare su tavoli adornati con fiorellini freschi.
Peccato che all'atto della prenotazione non venga proposta la scelta: credo che comunque si possa cambiare sul posto; alternativamente, nei dintorni esistono baretti economici (vicino alla metro Russel Sq) o un market Tesco con ciambelle e dolcetti buoni e freschi (di fronte alla suddetta metro)
Tornando alla disponibilità del personale: questo è un hotel molto gettonato: in primis per la posizione centrale, ma non in zona trafficata;
si trova a 50 m. da una stazione del metro della Piccadilly Line (che porta in centro) e vicino al British Museum. Sembra poco?
E' frequentato da numerosi gruppi di europei, americani e asiatici. Ognuno con le sue richieste, con la sua conoscenza più o meno ampia della città e con le sue pretese. Non ho mai visto nessun membro del personale mancare di pazienza. Sempre sorridenti e affabili.