venerdì, ottobre 17, 2008
lunedì, agosto 25, 2008
Buddha a Milano.
venerdì, giugno 06, 2008
venerdì, maggio 30, 2008
Carla, note di viaggio.
L'alpinista
Ce l'abbiamo quasi fatta. La cima è vicina. Scorgo nuvole che sorridono ironiche a quel piccolo essere che arranca sulle rocce, cercando, con gli ultimi sforzi di arrivare in quel luogo di serenità ai piedi del cielo.
Mi sento un'aquila ferita, forse sto cercando il mio nido e nonb lo trovo. Scorgo raggi di sole che abbagliano i miei occhi stanchi.
Le mani afferrano quello di cui non ho bisogno, ma il guaio è che non so se ci arriverò.
La cima mi ospiterà e io non saprò come ringraziarla, e allora..
Allora ritorno indietro e ricomincio daccapo.
Ricorda Kamal, era il 1996...
Che sorpresa...
Avevo scritto in grande con calligrafia rotonda e biro blu "Carla
Note di viaggio" Ah, ma allora è da anni che mi sento in viaggio!
Nel quaderno sono infilati dei fogli di racconti, pensieri, inviati alla Community dei miei amici di allora. Ci sono anche dei dialogi, forse delle chat, molto interessanti. Sono stupita: è come se avessi conosciuto la "me stessa di allora" solo in questo momento. 36 anni, mamma, 3/4 della vita trascorsi in aeroporto, un turbine di energie. Quante cose sono accadute in questi 11, 12 anni: è terribile e meraviglioso. Mi aggancio momentaneamente ai post "Gratitudine", per ricopiare questa pagina di diario, datata 25 gennaio 1997.
Alba
E' un'alba qualsiasi, una delle tante: trascino il mio sonno attraverso il varco di Polizia, indolente, pigra. Ripongo borsa e telefonino sul nastro che scruta tutti i piccoli pezzi di sicurezza che porto con me.
Accidenti: le sei meno un quarto del mattino e voi sembrate svegli da ore. Gli occhi scivolano sui contenitori di bagagli già chiusi.
Accanto agli aeromobili la sagoma di una bara riposta accanto al mezzo veloce che la condurrà verso un luogo desiderato o ritenuto giusto da altri.
Chi ha fatto la notte mi saluta e sorride. Li ammiro, mentre cerco i colori in lontananza: il grigio così normale, le fasce dell'azzurro ed il rosa pallido dell'alba.
Sergio dice "i colori del metano", sai certi prodotti creano strani effetti ottici...
Marco sorride al mio voler cercare del romanticismo anche nel piazzale di un aeroporto.
Eppure ne ho bisogno.
Io che vi trascorro tre quarti della mia vita, come Sergio, come Marco, come Frank, che si allerta subito se alle 6 del mattino non vede tutte le attrezzature al loro posto.
Eppure sono quei colori che in certe mattine mi fanno sorridere ed accettare questo odore acre di nafta; ridere se un Airbus per poco non mi piglia sotto, mentre lo ricoverano per accertamenti sotto l'hangar (come un bambino).
E' l'arancio di certi imbrunire, in lontananza, verso l'ATA, che mi fanno impazzire, pensando, credendo che ci si possa ancora commuovere davanti a certi cromatismi, sebbene prodotti da misteriose chimiche, da artifici lontani dalla semplicità naturale.
E rimango a guardarli dalla finestrella misera dell'ufficio, i ragazzi che bevono il caffè e si preparano alla fatica, al sudore, alle arrabbiature. Sorridono, osservandomi dall'altra parte del vetro.
A volte, alle sei del mattino, è difficile far carburare persino i sentimenti: guardando quel quadrato di colori, in lontananza riesco ancora a sentirmi battere forte il cuore. Perchè lo voglio sentire, perchè tra quelle quattro mura polverose e squallide, sporche e smarrite, è difficile far vibrare qualsiasi corda della propria anima.
E poi i ragazzi mi guardano curiosi:
"Allora, capo, si inizia?"
"Si ragazzi, fatevi sotto, stamane si balla di brutto, preparate i mezzi, preparatevi acarichi pesanti, a chiedervi mille volte come, perchè e fino a quanto."
Ma sorridete, come vi chiedo sempre, perchè valete ogni minimo carato di quanto date. Sorridete nonostante tutto. E fermatevi ogni tanto a guardare quei colori, ricordandovi cosa siete e quanto profondamente lo siete. Sorridete e smadonnate. Rideteci pure sopra a questi tre, quattro colori, che tanto fanno ironizzare Sergio e sorridere Marco.
venerdì, maggio 16, 2008
giovedì, maggio 15, 2008
Edith Piaf - a Nimegue - Non, Je Ne Regrette Rien(11/13)
Dolce e piccolo usignolo bistrato: ti ricordo nelle canzoni di mia madre, la voce roca che proveniva da uno stereo modernissimo, in legno scuro, orgoglio di papà. Ti si ascoltava in religioso silenzio. Gli adulti guardavano per aria, gli occhi persi in mille pensieri. Io mi stringevo nel mio golfino perchè, pur essendo piccola, la tua voce mi dava i brividi.
venerdì, maggio 09, 2008

martedì, maggio 06, 2008

lunedì, febbraio 25, 2008
mercoledì, febbraio 13, 2008
Ero stata assunta da poco. Ero rigida e inflessibile come un bastone di legno. Manichea. Senza vie di mezzo. Per me i passeggeri si dividevano in due categorie: i buoni ed i cattivi. In realtà: quelli che mi mettevano a loro agio e quelli che mi provocavano grande disagio.
Quelli buoni, tanto per intenderci, erano quelli che, possibilmente educati e, perchè no, simpatici, avevano documenti d'identità e di viaggio in regola.
Quelli cattivi erano privi in parte o in toto di queste condizioni.
Con i primi, adottando le regole apprese, con i dovuti aggiornamenti (all'epoca della mia assunzione si doveva apprendere la regolamentazione di ogni singola compagnia: la società era handler di tutte le compagnie sulla piazza), concludevo il mio compito con successo.
Con i secondi, iniziava il divertimento.
Lasciamo i presuntuosi, gli iracondi ed i malfidenti per ultimi.
Iniziamo dagli ignari.
In un giorno tranquillo, si presenta al mio banco di check in un tranquillo signore. Mi porge un biglietto e mi dice. "Vado a X, anzi andiamo a X"
"Lei e chi altro, signore?"
"Io e la mamma"
"La mamma dov'è?"
"E' qui."
"E il suo biglietto?"
"La mamma non mi risulta che debba avere un biglietto"
"Ogni passeggero ha un biglietto"
"Oddio, non mi avevano avvertito"
"Mi spiace"
"E ora che faccio?"
"Guardi, alle sue spalle c'è la biglietteria"
"Ma, guardi, scusi se insisto, io mi sono informato bene, la povera mamma non ha bisogno di biglietto"
"Mi permetta di dissentire"
"Ma non ho neppure bagaglio, neppure un bagaglio a mano: siamo solo noi. Io e la povera mamma, che per giunta prende anche poco spazio: me la posso tenere in braccio"
A quel punto mi ero accorta di non aver neppure guardato in faccia il passeggero, attenta com'ero a smanettare sul computer, alla ricerca di una prenotazione malfatta o cancellata. Questo tranquillo signore aveva appoggiato sul banco una cassettina di legno. La teneva ferma con le mani con devozione, come se contenesse una reliquia. A quel punto, finalmente ebbi un'illuminazione basica, un lampo di minima intelligenza.
"Ma, mi scusi, la sua mamma dov'è?"
"Qui dentro" mi indicò la cassetta.
Ricordo: mi sentii così stupida, ma così stupida da voler scomparire.
Avevo messo a disagio una persona in un momento delicatissimo della sua vita. Mi scusai tantissimo: il signore era fortunatamente educato e comprensivo. Fui fortunata.
Una sera, verso le 21.00 si avvicina al banco un signore di mezza età. Timido, ossequioso, mi mostra un biglietto scontato per giovani sotto i 26 anni. Gli chiedo:
"Chi parte?"
"Mio figlio"
"Dov'è? Mi scusi, ma devo accertarne l'età, vedendolo e controllando il documento d'identità"
"E' proprio necessario?"
"Si, lo è"
"No, sa è andato al bar con la sua mamma. Poi parte e non lo vedremo a lungo. Non può fare un eccezione?"
"Mi spiace signore, non posso"
"Allora lo vado a chiamare"
Torna, dopo circa 5 minuti con il documento: Mario X, anni 21.
Controllo il biglietto:Maria X.
"Signore non posso accettare questo biglietto. Il nome non è lo stesso."
"Signorina, la prego..." Il suo tono si faceva supplichevole, quasi disperato.
"Ma almeno mi faccia parlare con suo figlio!"
"E' seduto là, lo vede?"
Io sono un pò guercia, se aggiungiamo a questo inconveniente la scarsa esperienza e la rigidità..
"No, scusi, io la vedo la signora e una ragazza, forse sua figlia"
"No...e va bene...Mariooooo, susete! Vinne accà"
Si presentò al banco una ragazza carina, ma con caratteristiche un pò maschili, confermate ulteriormente da un tono di voce maschile che la ragazza cercava di nascondere. Mi sentii nuovamente immensamente stupida.
"Mi scusi sa, Maria, ma non avevo corrispondenza tra biglietto e documento di viaggio. Sono sicura che i dati sul documento sono in via di aggiornamento: tuttavia dovevo accertarmi che lei avesse realmente 21 anni. Sa quante persone si presentano con biglietti come questi e con età superiori?" (Udite lo scricchiolio delle unghie sul vetro?)
"Si, immagino"
"Mi perdoni, ma lo richiede il mio lavoro.."
"Non si preoccupi"
A quel punto vedendo la figlia distendere i muscoli, la postura e vedendo me sorridere, il padre, che si era allontanato, si avvicinò.
"Mi dispiace aver insistito, ma sua figlia ha compreso"
Il padre, sulle prime a disagio, fece un sorriso forzato, cercando di eliminare il proprio disagio.
Guardando negli occhi la ragazza, mi permisi di darle un consiglio.
"Guardi, appena può, faccia modificare i dati in Comune. Sarà difficile, ma eviterà molti disagi."
La ragazza mi sorrise: comprese forse che in me non c'era alcun disagio, bensì il desiderio di aiutare.
"Lo farò"
"E adesso buon viaggio!"
A quel punto vidi una luce di gratitudine comparire negli occhi di quel padre, così umile, gentile.
Quella luce mi aiutò a sentirmi un pò meno stupida. A contenere la mia emozione, a comprendere che ciò che volevo rafforzare, in quel lavoro, era l'accoglienza, il calore, il saper mettere a proprio agio le persone.
Ciò che poteva essere considerato "cattiveria pura" non era altro che espressione di un disagio notevole e generalizzato. Molti si lamentavano di presunti privilegi che a loro non erano stati garantiti. Molti credevano che dietro a situazioni relativamente fortunate si nascondessero conquiste di potere o che esse fossero i risultati di giochi di palazzo. Una cosa è certa: contrariamente a molti detrattori di questa mia teoria, la popolazione autoctona dell'aeroporto era dotata di una fervida fantasia. Ma l'immaginazione, soprattutto se contagiata da pensieri negativi, spesso porta a conclusioni detrattive e poco rispettose.
Per questi motivi ho sempre raccomandato a chi mi era amico o collaboratore il mantenimento di una serena riservatezza. Il mio consiglio derivava dalla consapevolezza di aver commesso errori imperdonabili.
Nessuno è ineffabile. Si inizia a perdere la propria natura, quando ci si naturalizza in uno specifico contesto: quanto si è più inesperti, tanto più difficilmente si comprende questa snaturalizzazione personale; tuttavia questa è un'esperienza inportante e a volte necessaria. Se ci si lascia andare alla manipolazione altrui, si è complici di un processo messo in atto da noi stessi. Ma quando si è ben certi di questa dinamica, come salvarsi?
Chiudersi in se stessi? Sicuramente no: è doloroso e frustrante e sicuramente non salva da giudizi e considerazioni illatorie che influenzano la comunità. Fare i misteriosi? Molto divertente ma difficile costruire un personaggio impermeabile e intoccabile. Questa opzione è molto stimolante per chi ci circonda: ogni congettura cade, si è molto stimati, ma, alla lunga le persone comprendono la forzata quarantena alla quale ci siamo dedicati...e si allontanano. Non vi è ricetta vincente se non quella unica e personale che ognuno di noi crea, sporcandosi, tagliandosi, cadendo e poi rialzandosi. Ogni persona che collabora a questo processo nel bene e nel male, è un'aiutante dell'artefice e come tale, è impossibile non essergli grata.
Quindi siate grati a chi è stufo che i vostri problemi personali entrino nel lavoro, a chi non ne può più delle vostre lamentele, dei vostri ritardi, della vostra svogliatezza e del vostro svicolare dalle responsabilità.
E' come se vi metteste davanti ad uno specchio: non importa come voi vi vediate. Gli altri vi vedono diversamente da come realmente siete. Ciò significa che voi vivete qualcuno che realmente non siete: normalmente aborrite lamentele ritardi pigrizia. Ma continuate ad esportate tutto ciò, perchè non avete il coraggio di condividere il disagio privato nel privato ed il disagio pubblico nel pubblico.
Tutti noi lo facciamo: nessuno è esente da questa problematica, se non persone di elevata esperienza sensibilità e, solitamente, spiritualità.
Ma come si arriva ad elevare queste qualità? Si passa dall'aeroporto! Un piccolo mondo in miniatura che ti costringe, con un corso accelerato a capire molte cose, troppe cose. E ogni giorno si timbra il cartellino, pensando "vediamo come va, vediamo se ho capito" e spesso "vediamo se ce la faccio", perchè per lunghi periodi si ha realmente l'impressione di soccombere. E invece ci si rialza, sempre.
sabato, febbraio 09, 2008
Bisogna imparare ad osservare le persone, le dinamiche di potere, la necessità intrinseca ahimè in ogni individuo di svilire l'altro per rivalutare se stesso: come lo chiamava un mio insegnante "Il Club Lavazza", modificando un poco lo slogan della pubblicità di questo caffè, il Club Lavazza è costituito da coloro che "più ti buttan giù, più si tiran su".
L'aeroporto è una sede importante e prestigiosa del "Club Lavazza". Ci si esercita a tutti i livelli. Si apprende non solo dai superiori, ma nache dai pari livello. Puoi partecipare a seminari avanzati, anche se sei al livello di principiante (l'apprendimento in questi casi non è garantito). Puoi prendere parte anche a seminari con membri esterni (i passeggeri) persino di diversa nazionalità! E' difficile sentirsi grati di quest'insegnamento: ma bisognerebbe esserlo, in verità! E' uno dei tanti training gratuiti e, meglio ancora, è retribuito!
In tutti gli anni di servizio, prima di sentir svilire raffinatamente e artisticamente la mia persona, ho ascoltato e rifuggito centinaia di svilimenti. Non che fossi un anima candida e pia, ma all'inizio ascoltavo e tentavo di difendere il malcapitato; in seguito, divenni conscia dell'inutilità di prendere parte a tali discussioni. Il solo ascolto mi faceva sentire complice: l'impotenza di non riuscire a troncare sul nascere questi pubblici ludibri, mi allontanò da chi li metteva in scena. Alla fine mi resi conto di poter contare veramente su di un esigua schiera di persone: mi interrogai allora su questa naturale inclinazione dell'animo umano. Ne ero forse priva? Perchè tanta fortuna?
Andai nuovamente a ricercare in casa mia l'origine di tale assenza: mai nessuno di mia conoscenza, in tutta la mia vita precedente ad allora, aveva mai sentito il bisogno di svilire la personalità altrui, utilizzando scampoli di sue parole, di fatti spontaneamente ed ingenuamente raccontati.
Aborrivo il pettegolezzo, per la stessa identica ragione. Ciò mi rese persona curiosa e snob. In un ambiente che attingeva molto ossigeno dalle faccende altrui, campare non era facile. Potevi frequentare sì, chi ti era affine, ma di fatto, lavorando a turni, ti trovavi a relazionare spesso con persone che non conoscevi molto e che ti proponevano stimoli di conversazione in cui ti sentivi realmente un alieno.
Esempio:
"Ah, B. è rimasta incinta. E vedrai che anche questa volta si mette in maternità a rischio, come ha fatto la volta scorsa."
"La maternità a rischio è una cosa seria, non è che ogni gravidanza ti capiti di farla a letto. Speriamo che le vada meglio."
"Ma guarda che come al solito cadi giù dal pero, il 90% delle impiegate si mette in maternità a rischio ( ndr :non vero) e lei non farà eccezioni, data anche la poca voglia di lavorare che ha".
Gratitudine 4
anzi perfidamente gelida. Ci vennero presentati i nostri responsabili di reparto, che si produssero in un concerto di ammonimenti, aspettative di precisione, profezie autoavveranti di disastri prossimi venturi. Venimmo poi affiancati a gruppi di persone
già esperte, le quali, con molto sussiego e molta professionalità, si sedettero a lavorare con noi, ignari, accanto e con un obiettivo in mente: il chiarire in pratica tutto ciò che fino ad allora avevamo conosciuto in teoria. La missione parve impossibile: prima di tutto perché l’affiancamento iniziò in pieno esodo estivo, con molte code di passeggeri e molto caos. In secondo luogo non vi era materialmente la possibilità di distaccarsi nemmeno un secondo dal lavoro per spiegare i casi più complessi. Fin da subito fu percepibile il rancore che questi affiancatori provavano verso l’azienda: un misto di rabbia ed impotenza, condito di pietà nei nostri confronti.
Se qualche coraggioso osava farci provare a lavorare, il rallentamento che naturalmente si creava nelle operazioni di “smaltimento passeggeri” era tale, che il responsabile veniva subito avvertito o dal collega vicino di banco (i passeggeri più impazienti si spostavano prontamente da lui o da lei) o da passeggeri particolarmente insofferenti. In alcuni casi l’affiancatore faceva orecchie da mercante, obiettando che ci doveva fare le ossa, che solo la pratica ci avrebbe velocizzato. A volte l’affiancatore, dopo aver sbuffato per la nostra limitata perizia, ci scostava con fastidio, ribattendo che “uno le ossa se le doveva fare , ma non sulle spalle di altri”.
Gli impiegati di check in erano divisi in gruppi, detti pool: i pool erano 6. Ogni pool aveva una rotazione turni specifica. I 6 pool, con le loro specifiche turnazioni, coprivano perfettamente la giornata lavorativa H24 dell’aeroporto.
Ogni pool aveva 2 responsabili in turno ed ogni pool era caratterizzato da una specifica “personalità” di massima degli appartenenti: vi erano i pool dei primi della classe (l’uno ed il 6) quelli degli artisti e dei bizzarri (il due) dei simpatici (il tre), pool misti (gli altri). Ovviamente e tengo a precisarlo, sto riproducendo ciò che percepii allora: quello che disconobbi in seguito, quando l’esperienza mi insegnò ad osservare le cose con maggiore realismo. Questa percezione tuttavia, perveniva dai racconti dei colleghi appena conosciuti: soprattutto dagli aneddoti di chi non ci affiancava. Iniziammo purtroppo a crearci dei preconcetti assolutamente inutili e dannosi.
Io venni “istruita” dal pool sei, quello dei primi della classe. Qui il preconcetto pareva corrispondere alla realtà: i miei affiancatori erano professionali, precisi, le loro decisioni inconfutabili. I primi della classe erano portati in palmo di mano dalle 2 responsabili, altrettanto severe ed altrettanto serie. I miei compagni di corso mi considerarono “sfortunata” per questa sorte rea. Al timbro del cartellino, incontravo i loro sguardi sereni e allegri. Loro incontravano il mio imbronciato e insoddisfatto: quanto si sbagliarono! Il primo moto di gratitudine al pool sei: antipatici, scontrosi, presuntuosi, ma incredibilmente bravi! La mia gratitudine si svolge nell’arco di quasi 20 anni: in questi anni mi sono trovata a relazionare con queste persone in ruoli completamente nuovi: paradossalmente mi ritrovai a “dirigere” alcuni di loro come
Responsabile. Ma persino nei nuovi ruoli queste persone non erano cambiate: erano serie ed affidabili come un tempo. Mi parve imbarazzante considerarli dei sottoposti:
Mi venne spontaneo considerare di essere fortunata a lavorare nuovamente con loro.
Dopo l’apprendistato, il lavorare autonomamente fu leggermente scioccante: la collaborazione dei colleghi più anziani mi aiutò moltissimo. Mi sentii onorata e privilegiata per questo aiuto costante. Purtroppo molti miei compagni di corso non
Ebbero questo sostegno: mi raccontarono persino di scherzi cattivi e di consigli errati, o perlomeno imprecisi che diedero loro filo da torcere, rafforzando ulteriormente i preconcetti e creando rancori, che si sono poi trascinati negli anni.
In aeroporto, come in molti luoghi di lavoro in cui si offre un pubblico servizio, l’apparenza, l’estetica, aveva un peso notevole. Da questo fardello erano esentate quelle persone, con notevole anzianità professionale, che si erano distinte per meriti.
Tuttavia, se aggiungevi alla gloria la bellezza, la tua immagine rifulgeva maggiormente. Le “anziane”, così come noi 20-28 enni le chiamavamo, erano per lo più donne di 35-40 anni. Erano state assunte negli anni 70, avevano vissuto, al vecchio Centro Hostess, un’esperienza da privilegiate: un po’ personaggi di Lyala, un po’ dive da copertina. A quei tempi l’azienda coccolava le proprie dipendenti a contatto col pubblico. Dava loro, oltre ad una divisa di haute couture in versione estiva ed invernale, le scarpe, la borsa, il soprabito, il cappotto, nonché un budget per calze e parrucchiere!
Quando arrivammo noi, ricevemmo una divisa da orfanelle grigio topo, la camicia non mi ricordo più che colore avesse, le scarpe, durissime, erano nere, come la borsa.
Soprassediamo su soprabito e cappotto, che sono sempre stati i capi migliori della dotazione. Calze e budget per il parrucchiere erano già scomparsi.
Era chiaro comunque che molte anziane (soprattutto quelle che avevano fatto carriera), mantenevano un appuntamento settimanale con il proprio parrucchiere e mensile con il centro estetico. Al loro confronto eravamo tutte fotocopie della protagonista scialba del “Diavolo veste Prada”, mentre loro non si avvicinavano certo alla classe di Meryl Streep.
Ci parve ovvio che questa fiera delle vanità si fondasse su una solida cultura di mera apparenza. I nostri tentativi di cambiamento di pettinatura o di trucco, venivano solitamente accolti con commenti pesanti da parte dei responsabili e tiepidi apprezzamenti dalle colleghe. D’altra parte, cosa ci aspettavamo? Chi proveniva da un ambiente famigliare ove il valore principale era la sostanza, non si adeguò mai a
Questa frivolezza, spinse l’acceleratore sulla professionalità, venne tacciato di sciatteria e mancato rispetto delle convenzioni. Chi, come me, conosceva sia la leggerezza della frivolezza che l’importanza della sostanza, fu meno soggetto a perfidi giudizi e sordide illazioni.
La sottoscritta, tuttavia, si presentava come il personaggio di una fiaba d’altri tempi e conseguentemente bizzarramente aliena. La brava bambina, di buona famiglia, poco avvezza alle trame e ai giochi di palazzo: anzi, proprio insensibile, tonta!
In poco tempo, compresi cosa mi mancava per guadagnare quel poco di attendibilità, di credibilità, in quell’ambiente: un uomo. Sì un uomo, un compagno, un fidanzato, un marito, oppure una liason: insomma o qualcosa che desse delle certezze, o qualcosa che fornisse argomenti di conversazione.
Dopo qualche mese mi ero creata il mio piccolo gruppo di amici: uomini e donne.
Ci frequentavamo anche al di fuori del lavoro, ma, nelle minipause di lavoro o durante la pausa pranzo, ci organizzavamo per stare il più possibile insieme.
Tra questi amici, ve n’era uno, single e simpatico, con i miei stessi bioritmi: facevamo spesso gli stessi turni e conseguentemente andavamo a mangiare insieme e a prendere insieme il caffè. Dopo pochissimo tempo scoprii che su questa amicizia era stata creata una vera e propria telenovela: c’era chi ci considerava già insieme, chi prossimi alla convivenza o al matrimonio e magari già con figli e, perché no? Amanti…
Quando conobbi colui che sarebbe diventato il mio futuro marito, persona di fascino e di bella presenza, gli spettatori rimasero trasecolati. Molti ci tennero a farmi pervenire i loro commenti di apprezzamento, molti coccolarono la loro muta perplessità. Una di questi, il giorno in cui, in spogliatoio, annunciai ad alcuni presenti la data del mio matrimonio, diede per scontato che la mia dolce metà fosse il nostro collega. Ma non lo disse subito. Quando annunciai data luogo ed invitati e tra invitati nominai il nostro collega, sbiancò e con fare petulante mi chiese: “come, invitato?”
“si” risposi “è un carissimo amico di entrambi!”.
“Carissimo?” mi chiese sconcertata. A quel punto le chiesi la motivazione di tale inquietudine. “Ma…pensavo che tu sposassi lui…credevo, mi avevano detto..”
“Beh, amica mia, ti sei sbagliata e temo ti abbiano preso in giro!” risposi, tra l’ilarità degli astanti. Lei di alzò indispettita e se ne andò: se avesse avuto una porta da chiudere, credo l’avrebbe mandata in mille pezzi.
Questo fu il primo avvertimento che mi venne dato, nella mia storia lavorativa, sull’importanza della privacy, la difesa della propria vita privata. Ero giovane ed inesperta, ma educata al pudore e tutto sommato tanto tranquilla ed equilibrata da mantenere un certo naturale riserbo.
Le persone, soprattutto oggi, non conoscono l'importanza della riservatezza:lo desumiamo da una naturale tendenza alla mostra più o meno inconsapevole di se'. In questa argomentazione possono rientrare ovviamente anche i blog come questo: tuttavia credo che qualora un individuo scriva consapevolmente con un preciso obiettivo di condivisione, egli consente di trasmettere agli altri solo ciò che è adeguato allo scopo, con sincerità e onestà. Qualora dovessero latitare queste due virtù, ciò che scriverà sarà solo un mero esercizio di stile o la costruzione di un altro da sè, di un golem desiderato, ma tristemente non reale.
giovedì, gennaio 31, 2008
Quando arrivai in aeroporto ero la quint’essenza del naif: una vera e propria Alice nel paese delle Meraviglie. Chiaramente, non è che traduzioni, fiere ed interpretariato (e neppure l’esperienza col teatro) avessero cambiato molto della mia persona: sicuramente avevo una autonomia di pensiero non indifferente, un senso critico piuttosto spiccato (quello non mi aiutò affatto) ed un notevole desiderio di indipendenza. Avevo molti interessi e le mie amicizie mi erano affini sia nell’educazione, sia nella curiosità culturale. Lo scempio che permisi che avvenisse sulla mia persona fu incredibile.
Come ho detto in precedenza, riuscii a farmi una piccola cerchia di amicizie sul lavoro. Con molti di loro avevo impostato legami superficiali, con altri, pochissimi, a dire il vero, stavo scoprendo, sulla base di affinità famigliari o simpatia reciproca, nuovi orizzonti: gli orizzonti erano quelli del volontariato serio, della passione dei viaggi, dell’informatica, della letteratura, della simpatia ed estroversione contagiosa. Quelli che tra di loro avranno voglia e tempo di leggere queste parole, vi si riconosceranno subito. A loro, alla loro presenza lego, in notevole parte, la mia resistenza in questo posto di lavoro. A loro la mia immensa gratitudine per aver reso meno doloroso il mio “inizio di partita”. A loro il mio immenso affetto per aver condiviso momenti brutti, bizzarri o curiosi, per essersi aperti a me con generosità, per il loro affetto. “Loro” sono i colleghi di tutti i reparti in cui ho lavorato. Non solo quelli che avevano la mia stessa mansione, bensì, più tardi, coloro che, per ruolo, fui
Costretta a chiamare “sottoposti”. Questi pistolotti logorroici che scrivo con tutto il cuore li dedico a tutti loro.
Alice nel Paese delle Meraviglie entrò all’Aeroporto del Paese delle Meraviglie (quintessenza dei non luoghi!) nel luglio del 1986. Qualche settimana di aula di addestramento (con un insegnante severissimo ed abbastanza intransigente – non lo ringrazierò mai abbastanza – la sua bravura e la sua antipatia mi prepararono all’ambientino che dovevo affrotare)
venerdì, gennaio 25, 2008
Ho, abbiamo tutti lavorato in un "non luogo" (Marc Augè), un limbo metropolitano, uno spazio di arrivo e partenza, in cui noi lavoratori siamo stati (e molti sono ancora) un popolo abitante ma non troppo: tuttavia, anche lontano da questo "non luogo", molto legati ad esso, con un forte senso di appartenenza.
Come abitanti di "non luogo" abbiamo cercato di rendere col nostro essere e col nostro fare, questo luogo accogliente e ospitale. Non vi è persona alcuna, che io abbia conosciuto, che si è allontanata da questa volontà, da questa necessità.
Non credo che questo avesse a che fare con un obiettivo: il servizio alla comunità. Credo che si sia autoprodotta invece una sorta di selezione naturale, che, con tutto il rispetto verso gli organi preposti alla selezione del personale, è stata frutto di una scelta individuale.
Nel primo anno di lavoro, ho visto molte persone andarsene: molti avevano ricevuto altre proposte di lavoro, altre non si sentivano di sopportare lo stress dei turni e del contatto col pubblico. Erano persone molto valide ed entusiaste, tuttavia avevano capito che quella non era la loro strada.
Una delle note positive più apprezzate in questo lavoro consisteva nel fatto che "non ti portavi il lavoro a casa": timbravi il cartellino e non avevi pratiche in sospeso, clienti da richiamare, scadenze da rispettare. Nulla di più errato! Il lavoro te lo portavi e te lo porti ancora, a casa! Mi si chiederà: ma quale lavoro? Ti porti a casa gli aerei? I passeggeri? Sissignore!
Ti porti a casa aerei e passeggeri! Non nel senso che di notte, a letto, ti giri e dici:"Scusa sposta la fusoliera un pò più in là che non ho spazio!" oppure "Scusi, finchè non torna con l'autorizzazione della compagnia aerea, non dormo".
No....quasi.
Beh, di casi "difficili" ne capitano tanti: persone con biglietti scaduti e che non ne vogliono sapere di comprare un biglietto nuovo, persone con biglietti contraffatti, documenti scaduti, prive di documenti, persone che ignorano regole sui bagagli, sui tempi di presentazione al check in, su ciò che possono o non possono trasportare con sè, persone in estremo ritardo, con veri e propri problemi di salute che qualcuno non ha informato sulle tempistiche di presentazione o sulle modalità di trasporto.
Queste difficoltà, tuttavia, diventano casistica normale e, col tempo e con l'esperienza, si impara ad affrontarle, a risolverle. Nel bene del passeggero.
Tutto cambia, però, quando la tua controparte non collabora: quando, per sue problematiche personali, boicotta il tuo lavoro con rabbia, arroganza, presunzione. Due o tre casi al giorno (o anche di più, sotto Natale o d'estate) e ti porti il passeggero "a casa". Te lo porti anche "in mensa", ove diventa argomento di conversazione coi colleghi e argomento di conversazione tra il tuo stomaco e il tuo fegato, con ovvie conseguenze sulla digestione.
Ogni giorno, inizialmente, pensi:"ma chi me la fa fare?" ed inevitabilmente ogni giorno ti rispondi "andrà meglio".
Ogni giorno capita qualcosa di più complesso e che coinvolge, magari, più persone e tu ti dici "questo è il mio lavoro, devo imparare a farlo. non è sempre così e poi mi dà da mangiare"
Nel periodo delle nebbie (oggi non così frequente come 10-15 anni fa) avevi un bel da fare a gestirti al banco di check in 20-30 persone che continuamente ti chiedevano se qualcosa è cambiato (con una frequenza di 10-15 minuti ognuno...). Nei casi di overbooking, d'estate, ti ci vuole una calma ed un rispetto buddici per spiegare ad una persona che parte per una meritata vacanza, che, pur essendosi presentata assolutamente in tempo per la registrazione, la compagnia aerea ha venduto 30 posti in più oltre il massimo di capienza dell'aereo e che il volo è già pieno: i primi tempi non hai il necessario distacco per affrontare la delusione e la rabbia altrui (distacco che è necessario per trovare soluzioni alternative). Ti lasci coinvolgere e soccombi emotivamente.
Durante lo sciopero dei piloti Alitalia di parecchi anni fa, non riuscivi a far capire alle persone che tu non lavori per una compagnia specifica, bensì per tutte le compagnie, ossia per un ente di gestione dei servizi aeroportuali:
quindi, regolarmente, ti sentivi apostrofare in malo modo, qualcuno si è visto allungare anche un ceffone.
Il peggio è che, per la società per cui lavori, tutto ciò è perfettamente fisiologico.
martedì, gennaio 22, 2008

Gratitudine 1.
Ci sono cose non semplici, nella vita. Ad esempio: sentirsi grati di esperienze difficili e gravose, esperienze che hanno messo a dura prova il tuo essere. Utilizzo l'espressione essere, perchè non si parla solo di persona, mente, psiche, ma di tutto il tuo contesto vitale in cui vivevi nel momento in cui hai avuto quest'esperienza.
Voglio parlare della mia esperienza all'aeroporto, luogo nel quale ho lavorato per circa 20 anni (e l'espressione circa indica che tenendo in considerazione un'aspettativa per un trasferimento all'estero e l'aspettativa maternità, i 20 anni non sono precisi).
Ho iniziato a lavorare in aeroporto a 27 anni, dopo varie esperienze di lavoro free lance. Non avevo mai accarezzato il sogno di lavorarci, differentemente da molte altre colleghe. Per me questo lavoro era importante per una sola ragione: mi rendeva indipendente e mi permetteva di spiccare il classico volo fuori di casa, che non mi ero potuta permettere in precedenza.
Allora un lavoro come questo era considerato "da privilegiati": buon stipendio, lavoro interessante e stimolante, qualche privilegio, ambiente giovane. Tutto vero. Tuttavia la cosa che mi pesò, inizialmente, erano i turni. Dovevi dare una disponibilità 24 ore su 24: i turni allora iniziavano alle 6 e terminavano alle 24. A rotazione: ciò significava che iniziavi con un turno estremo del pomeriggio (16-24 ad esempio) per poi risalire di giorno in giorno, per 4 giorni, fino ai turni diurni, i 6-14, ad esempio. Non si lavorava dal lunedì al venerdì, sabato e domenica a casa. I riposi erano a scalare: sempre infrasettimanali. Ogni 6 settimane ti capitava il week end. Ogni 5 settimane ti capitava un solo giorno di riposo. Credo che tutti i lavori da turnista siano organizzati in modo simile.
La prima cosa di cui mi resi conto è che avrei avuto grandi difficoltà ad incontrare i miei amici, i quali, per la maggior parte, avevano orari d'ufficio. Avrei avuto difficoltà ad organizzarmi anche le attività che seguivo, come la scuola di teatro, che si svolgevano o durante il week end, o di sera, dopo l'orario d'ufficio. Ma l'obiettivo era l'indipendenza e questo per me era di vitale importanza. Molti colleghi sentivano le stesse necessità e, sebbene fosse possibile cambiare turni e riposi, la propria vita sociale era letteralmente dimezzata. Capii quindi che chi lavorava a turni aveva praticamente riorganizzato la propria esistenza, al di fuori del lavoro, in base alle turnazioni: dalle turnazioni era influenzata non solo la vita sociale, ma anche quella famigliare, la disponibilità verso partner e figli, tutto, insomma.
Il nostro istruttore (ossia colui che ci impartì le nozioni basilari per poter lavorare al check in - mio primo settore di lavoro), decise un giorno di portarci a fare una gita "turistica" nei vari settori del sedime aeroportuale. Eravamo molto incuriositi, mentre percorrevamo le varie aree. Lui ci spiegava cosa avveniva in ogni settore, allo scopo di mostrare come ogni attività fosse saldamente collegata ad un'altra, come il processo lavorativo, se correttamente svolto da ogni singolo individuo in quel contesto, portasse ad un'armonia di insieme che creava un'equilibrio miracolosamente integro, offrendo un servizio impeccabile alla clientela ed alle compagnie aeree.
Ad un certo punto, dopo averci presentato alcune persone, tra cui alcune coppie, ci rivelò una verità, a dir suo inconfutabile:"Vedete ragazzi, dato il cambiamento che le turnazioni operano sulla vita, molti matrimoni o legami importanti si creano tra colleghi. Vedrete, anche per voi sarà così". Spontaneamente, rivelando la fastidiosa provocazione di quella previsione, risposi:"Io non lo farò mai!" Data la mia timidezza di allora, questo mi costò un'occhiata di perplessità dei compagni di corso ed un'occhiataccia dell'istruttore e delle coppie presenti. Non compresi, allora, che avevo già compreso tutto e paventavo l'inconoscibile futuro delle nostre ignare persone.
E, siccome siamo sempre artefici dei nostri destini, nonchè, a volte, anzi spesso inconsapevoli attori di una commedia che prevede varie ed eventuali, l'inizio della mia vita lavorativa fu un casino.
Amici, zero. Si ritagliavano loro i momenti per incontrarmi, questo finchè non mi impratichii nello scambio turni, che si rivelò indispensabile, ma non sempre facile. Da questo momento in poi lo scambio affettivo, culturale e esperienziale divenne ostico. Ogni qualvolta incontrassi un amico (raramente di sera, per un teatro o un cinema, spesso di giorno e per poco) questo scambio si era ridotto all'osso. Inoltre il lavoro, questo lavoro, cambiava sostanzialmente la persona, come qualsiasi lavoro a contatto col pubblico: era interessante, a volte molto divertente, ma anche ansiogeno e stressante. Di fatto mi resi conto che lo know how richiesto ed le caratteristiche necessarie per far fronte ad esso, giustificassero in pieno lo stipendio.
Cambiai, e cambiai molto. La scuola di teatro che frequentavo ormai da alcuni anni mi aveva condotto in un percorso di conoscenza interiore, che aveva acuito la mia sensibilità, permettendomi una più attenta osservazione dell'altro da me. Ero diventata anche più estroversa, avevo guadagnato in autostima; tuttavia non avevo ancora acquisito, nonostante l'età e l'esperienza di vita (rimarchevole rispetto ad altre persone della mia cerchia di amicizie e conoscenze) quella consapevolezza profonda dei miei bisogni e delle mie esigenze, tanto basilare per la solidità di una persona.
Bene: non riuscii più a frequentare la mia amata scuola di teatro. Riuscii a fare l'ultimo spettacolo qualche mese dopo la mia assunzione, dormendo poche ore a notte, per le prove e i turni, e riuscendo con molta difficoltà a cambiare due riposi per uno spettacolo fuori porta. Il mio maestro, l'adorato (da tutti noi) Gianni Mantesi, mi disse un giorno:"Piccina, ti sei scelta proprio un lavoro di merda" e anni dopo, quando lo andai a trovare in camerino dopo uno spettacolo, mi abbracciò, mi baciò e mi chiese, davanti agli occhi stupiti di mia madre:"E dimmi, tesoro, fai sempre quel lavoro di merda?"
Me n'ero andata da quella scuola con dolore, come sempre, quando abbandoni un luogo, delle persone che sono state importanti per te.
Si fanno delle scelte: e a casa mia avevo imparato che le scelte si ponderavano bene, le si guardava da tutti i lati con sufficiente (e quant'è in realtà sufficiente?) buon senso e poi, via! Le si faceva. Le scelte si doveva fare con metà pancia e metà testa. L'importante era mettersi in gioco: spesso una scelta comporta un abbandono, una porta chiusa. Mi ci son voluti 20 anni per capire che se vogliamo, le scelte comportano un arrivederci e a volte una porta socchiusa.
Questa inesperienza creò una grossa rivoluzione nella mia vita. Lasciai che i nuovi ritmi e il nuovo lavoro mi possedessero a tal punto da sconvolgere interi equilibri, che, evidentemente non erano saldi di per se.
Ma non mi arrendo facilmente e quello che il nuovo lavoro portò fu nuove amicizie, esperienza nel lavoro ed esperienza umana. Mai, però, agli inizi, mi fu possibile metabolizzare questo nuovo inaspettato guadagno, perchè la stanchezza, la tensione, i bioritmi completamente stravolti, ottenebravano ogni realtà positiva, persino la benchè minima evoluzione.
Avevo stretto amicizie con persone affini o per educazione famigliare o per sensibilità o per interessi. Molte amicizie perdurano ancora, si sono rafforzate, sono più profonde e decisamente stimolanti. Sono nate e cresciute a dispetto di tutto e di tutti, soprattutto di un ambiente così attento alla furbizia e all'apparenza.
In principio pensai che io, con quell'ambiente, c'entrassi, come si suol dire, come i cavoli a merenda: il che era assolutamente vero. Ma questo è il bello.
Questi 20 anni di lavoro, non nel bene e nel male, bensì col bene e col male, hanno cambiato la mia persona. Mi hanno reso una persona, che dopo aver sofferto, patito e creato rancore, patito e creato invidia, alimentato rabbia in me stessa e negli altri, prova e proverà sempre verso questo luogo, i suoi abitanti fissi, i suoi viandanti una grande profonda gratitudine.
Vi spiegherò perchè.
domenica, gennaio 20, 2008
mercoledì, gennaio 16, 2008
Carosello
la plastica trasformò la ns vita quotidiana....p.s. il marito casalingo e la moglie architetto...erano gli anni 60!
CAROSELLO - il castello di camelotto -
me lo ricordo!!!! ero così piccola! Che nostalgia!!!
I refrain della pubblicità diventarono dei modi di dire...
