
Cellulari a scuola
Bah...quando ci penso, credo che sia una questione di lana caprina...
Abbiamo bisogno una legge per vietare l'utilizzo dell cellulare nelle scuole.
Partiamo da una premessa: sono una ragazza del 1959...anni di boom economico: gli status symbol sono nati allora. Paradossalmente da una parte si lottava per ottenere l'emancipazione in molti campi. In molti ambiti ci siam fatti fregare. Il consumismo è il risultato di quella fregatura.
Come un verme si è inserito ovunque, creando desideri indotti (ma..quanti hanno letto "Essere o avere"?), necessità inutili. Non voglio fare in questo momento nessun tipo di analisi sociologica: in questo blog esprimo solo opinioni, umili idee, senza nessuna presunzione, nè altezzosità. Penso ed elaboro, forse troppo, forse male, chissà...ma penso e questo cartesianamente mi basta. Se non esprimessi opinioni, non potrei confrontarmi, trovare ulteriori approfondimenti, ascoltare.
Ritornando all'argomento scelto. ..
Negli anni '70, gli anni della mia adolescenza, in assenza di mezzi di comunicazione rapida, quali i cellulari, come si comunicava tra adolescenti?
Con molti silenzi: gli occhi parlavano da soli. Con l'aiuto degli amici: non è detto che qualcuno riuscisse ad esprimersi con gli sguardi ed elaborasse un comportamento eloquente...Con i bigliettini: i mitici bigliettini..."Mi piaci, sai? Possiamo incontrarci?" "Sei carina, vorrei vederti per qualche attimo da sola"
Poi, più in là al Liceo, oltre agli intervalli, le mitiche assemblee, i collettivi e, perchè no? Le manifestazioni. In questi momenti di aggregazione si cuccava più che in discoteca. E si cuccava bene: era un ottimo momento di condivisione - "rischiavi di trovare non solo un ragazzo, bensì un ragazzo che ti era affine, che voleva partecipare come te a quegli incontri e discutere. Ovvio: se in quelle occasioni (e la voce passava) il cucco era più facile, trovavi in quelle occasioni i cosiddetti "infiltrati": quelli ai quali del referendum sul divorzio non gliene poteva fregà de meno. Ma venivano per cercare una ragazza.
E poi? Al telefono ci si pensava poco. Le famose telefonate di tre ore che ancora ricorrono nei discorsi dei nostri anziani genitori, si facevano la sera, quando ti era concesso, quando non avevi fratelli più grandi (che facevano valere il diritto di primogenitura) e sicuramente erano proibite se la tua famiglia aveva problemi economici (le famose esorbitanti bollette Sip).
E quindi ti vedevi, ti guardavi, passeggiavi, stavi in silenzio, ascoltavi, sussurravi, attendevi il momento giusto per una carezza e aspettavi come un naufrago che sogna la terra, quel momento: il momento del bacio.
Fosse arrivato l'uomo dal futuro a piazzarti in mano un Nokia, saresti rimasto un pò incredulo, sicuramente saresti stato curioso, ma con un buon margine di certezza non l'avresti adoperato.
Perchè?
Prima di tutto mi permetto di rispondere da inguaribile romantica: perchè quei momenti erano impagabili. Le attese lo erano, l'immaginario lo era, persino la sofferenza che certe piccole frustrazioni portavano con sè. Inoltre avevi molto rispetto dei tempi dell'altro, anche se in cuor tuo friggevi come un matto, a volte non dormivi di notte e facevi fatica a studiare. L'esprit di controllo dei più passionali, dei più gelosi era contenuto. Se era incontenibile si esprimeva con appostamenti sotto casa, visite improvvise ("Puoi scendere un attimo? Avevo voglia di vederti" "Mi manchi") Qundo vi era una crisi, una rottura, difficilmente il telefono impazziva: il rispetto nei confronti dell'altrui famiglia aveva la meglio; se proprio non ce la si faceva a resistere....di nuovo appostamenti e visite improvvise, per i più smaniosi. Allora le relazioni diplomatiche erano tenute dagli amici del cuore o dai fratelli maggiori (eh..la primogenitura comporta anche delle responsabilità...) difficilmente e in ultimissima ratio dai genitori.
Si contattavano gli amici del cuore all'improvviso ("Non ce la faccio, aiutami") ed erano interminabili chiacchierate, passeggiate, occhi alzati al cielo dei proprietari dei bar che frequentavamo - posti di frontiera, zone neutre che accoglievano i nostri dolori, i nostri sogni, i nostri voli pindarici.
Non l'avremmo utilizzato a scuola, se non durante l'intervallo, forse.
Sicuramente non durante le lezioni: durante le lezioni si veniva colti in fallo, forse, per qualche bigliettino. E quando ciò accadeva erano cavoli amari. Ma il bigliettino era un optional: sicuramente si preferiva colloquiare a quattr'occhi sia con l'amico che con la ragazza. Il bigliettino era freddo, finiva lì...e per giunta ti portava a rischiare una nota. E ciò non ci piaceva: potevamo accettare rischi del genere solo in situazioni di massima emergenza, forza maggiore.
E poi, chi rischiava di sentirsi redarguire o punire da un genitore per una nota? Meglio farlo per più alti ideali: far sega a scuola, disertare una lezione per andare in manifestazione, occupare la scuola. Inguaribili utopisti....
Il rispetto per chi insegnava oggi pare un becero ricordo di un anziano bigotto: eppure esiteva, eccome. Rispettavano i ribelli, rispettavano le teste calde, non solo i buoni e pii vergini e martiri.
I primi magari esprimevano le loro opinioni in modo non proprio educato, ma questa passionalità difficilmente è stata punita nelle scuole pubbliche (delle private, chiedo scusa, non ho esperienza).
L'insegnamento era sostanzialmente questo: era necessario imparare a stare nei limiti (del rispetto, della tolleranza, dell'educazione) per esprimere anche l'idea più rivoluzionaria. Ore di storia e filosofia trascorse su questo argomento: come fare ad oltrepassare questi limiti, nel rispetto dell'altro?
Amavamo questa cura nei nostri confronti: ci si dava fiducia, si nutrivano aspettative in noi, si sentiva questa missione indispensabile, a volte assumeva toni quasi sacri.
Se non abbiamo amato quei momenti, se non li abbiamo saputi apprezzare, è venuto per ognuno di noi il momento in cui abbiamo creduto che fossero
unici. O almeno così credo. Genitori e insegnanti, amati odiati, sopportati a fatica, sono stati realmente maestri di vita. Cercavamo garanzie vere: poter essere liberi di esprimerci, di esprimere i valori nuovi, i nostri valori.
Il garantismo, quello più laido, più degenere, esisteva anche allora: era quello dei padri influenti che andavano in commissariato a "liberare" i rampolli ribelli dall'esperienza di una notte in prigione. Che facevano partire per altri lidi (soprattutto in America) figli con una fedina penale un pò conciata. Ma si poteva utilizzare la parola garantismo per questo? Corruzione, forse...Utilizzo del proprio potere decisamente discutibile..
Oggi un genitore picchia un preside, un insegnante per problemi che potrebbe risolvere con una semplice trattativa privata o, in casi più complessi, con ricorso ad un consiglio d'istituto, o all'assesorato.
Oggi un genitore si permette di criticare e svilire, tra le sue quattro mura, l'insegnante di suo figlio. Nutre propositi di vendetta, elabora da solo, senza confrontarsi le proprie frustrazioni.
Oggi un genitore sobilla il proprio figlio in nome del diritto ad un rispetto che non è in grado di insegnare, perchè i casi della vita hanno cancellato la parola "rispetto" dalla sua mente e soprattutto dal suo cuore. Egli o lei vorrebbero evitare ai propri discendenti frustrazioni e dolori, rabbie e attese, silenzi e....una marea di esperienze. Esperienze che costruiranno donne e uomini completi e profondi.
Non è vero che i telefonini non siano necessari: nessuno può essere così
retrogrado e becero da affermarlo. Ma ad ogni cosa il suo momento: non è forse una legge di natura? (ops chiedo scusa per il ricorso a quest'espressione, di questi tempi....)
Non cancelliamo i silenzi le attese la condivisione a quattr'occhi. E soprattutto non distruggiamo il senso del rispetto verso chi ha scelto di istruire i nostri figli e lo fa con tremila limiti ed in ambiti nei quali spesso non può esprimere le proprie idee come vorrebbe.
Limitiamo l'uso di questi tecnologici mezzi di controllo all'esterno dell'ambito scolastico. E oltre agli adulti, diamo anche ai ragazzi i loro tempi ed una maggior fiducia, spronandoli a meritarla.
2 commenti:
Carissima, rileggere le tue parole, sempre interessanti e piene di profondità su una pagina telematica, lo spazio in cui ci conoscemmo tanti anni fa, quando Internet era ancora solo un'ambigua utopia, è bello e profondamente emozionante.
Cosa dire... Uno dei tanti motivi che rendono strano e sorprendente questo nostro mondo contemporaneo sono proprio questi affari strani che accompagnano le nostre giornate e che si sono ormai integrati nella nostra vita, i telefonini. Che poi, all’atto pratico, non sono altro che banali radio ricetrasmittenti, come quelle che usavamo da ragazzi per giocare, non si sa bene a che cosa e in che modo (anche quelle peraltro sono tornate di moda, con le ovvie differenze tecniche, dimensionali o di design); ma se i telefonini servissero solo a telefonare, o al limite a mandare messaggini, sarebbe bellissimo, utile e piacevole. E no; con i telefonini ci scarichi le suonerie (che poi, dopo averle fatte trillare un po’ di volte, che te ne fai), ci ascolti la musica (e sarebbe bello si usassero le cuffiette, adesso hanno anche gli altoparlantini “hi-fi” e allora si piacevolizzano tutti i passeggeri del bus o del treno con le proprie passioni musicali, il più delle volte del tutto insostenibili peraltro), ci fai le fotografie, la cui qualità, nel 90 per cento dei casi, è un insulto a tutti coloro che hanno amato e amano la fotografia vera, eppure vedi gente, nei musei o sulle piazze, brandire i telefonini a uso fotografico come se fossero reflex Canon o Olympus.
Va da sé che i telefonini non debbano essere usati a scuola. Per lo stesso motivo che un insegnante, ai nostri tempi, ben difficilmente avrebbe tollerato che ogni cinque minuti un allievo si alzasse e andasse a fare una telefonata al telefono a gettoni in fondo al corridoio. E’ quanto meno sorprendente che per rimarcare questa cosa ovvia si sia dovuto ricorrere a una legge dello Stato. Ma non è solo una questione di telefoni. Quando, ai tempi della Fiat, Torino era una real caserma prussiana, se salivi dalla parte sbagliata del bus o del tram, il meno che poteva capitarti era che il conducente chiudesse apposta le porte automatiche con te in mezzo, il più, che ti coprisse di insulti. A quei tempi mi sembravano atteggiamenti esagerati; adesso, che tutti – non solo ragazzini, anche uomini e anziani - salgono e scendono da tutte le porte degli autobus e dei tram senza alcun ordine e alcuna disciplina, questi atteggiamenti mi mancano. Che gli autisti fermino il mezzo e facciano una bella urlata ai ragazzini con telefonini musicali, è del tutto fuori discussione, e se chiudessero qualcuno in mezzo alle porte automatiche, magari si beccherebbero una denuncia per lesioni volontarie. E’ solo un altro esempio di come il confine tra libertà assoluta e mancanza di regole sia labile e pericoloso.
Un ultimo pensiero, per le modalità comunicative di una volta. Probabilmente io sono stato meno fortunato di te, ma questo mondo di incontri, di intese, di comunicazione lo ricordo molto male. O ci sono passato in mezzo senza vederlo, o forse qui dalle mie parti il movimentismo dei tardi anni Settanta scimmiottava già troppo da vicino l’individualismo esasperato che sarebbe venuto subito dopo, dove gli incontri e le emozioni duravano lo spazio di un mattino per poi perdersi in giochetti di potere, rapporti di forza, voglia di prevaricare e di prevalere. Il tempo del telefono sarebbe venuto solo dopo, per me, già negli anni dell’Università, quando ormai i banchi di scuola me li ero lasciati dietro le spalle, dove comunque i bigliettini erano molto pochi, perché c’era molto poco da dirsi, mica per altro, e quello che si aveva da dirsi ce lo si diceva a voce. E le telefonate oceaniche, di ore, per me ci furono; ci fu anche una madre esasperante, che considerava uno sgarbo personale ogni volta che staccavo la cornetta dal telefono, giustificandosi con il consueto alibi del costo, ma la verità era che probabilmente la infastidiva il fatto che avessi una vita mia personale poco allineata con le sue personali angosce, solitudini e pessimismi. L’aura di ansia che mi generava, poi, in qualche modo condizionava il mio uso del telefono, mi costringeva a una autolimitazione che sentivo arbitraria, al punto che la conquista per me più preziosa, al momento della sopraggiunta indipendenza economica, fu chiamare la Sip (non ancora Telecom) e chiedere di venire a installarmi il telefono, anzi i telefoni, non uno solo nell’ingresso (“il telefono è un oggetto di utilità, mica per farci conversazioni”) come era prima. In questo senso invidio molto i ragazzi di oggi con i loro telefonini, per loro non ci sono ansie e rancori materni da dover razionalizzare nel momento che le telefonate le fanno dalla strada o da ovunque, ma comunque fuori dalla portata dell’orecchio genitoriale. Resta solo da vedere chi paga le ricariche; peraltro, a volerlo ben usare quello delle ricariche può essere un adeguato strumento di regolamentazione – economica e solo economica, mica morale, per fortuna in questo caso – e di responsabilizzazione.
Ciao :-)
Svalbard....che bello leggerti! Grazie della tua visita! Torna presto: le tue parole affascinano sempre!
Ora verrò io a visitarti!
http://svalbard.splinder.com
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