sabato, marzo 31, 2007

Due partite di Cristina Comencini
Il mio consiglio è......leggetelo!
.....e poi andate a teatro a vedere la piéce teatrale con
quattro attrici semplicemente...superbe!
Margherita Buy, Isabella Ferrari, Marina Missironi e Valeria Milillo. Lettura e visione, secondo il mio mooolto modesto
parere, raccomandato alle donne dai 40 anni in su. Toccante e
ironico, stimola molte discussioni, critiche, ipotesi.
Ne riparleremo...prossimamente su questo schermo!

Belli............dentro.....

http://www.mediaset.it/brand/canale5/programma/schedaprogramma_28.shtml


Guardatelo!!!! E' il programma dei comici di Zelig ambientato in carcere!!! E creato per i detenuti e....per tutti!

domenica, marzo 25, 2007


E bravo tenente Colombo.............
Preparandomi la cena, stasera, ho acceso la TV per puro caso su una puntata della serie "Tenente Colombo". Accipicchia, a quando risale questa serie?
Agli anni '70, '80? Non me lo ricordo...devo andare a vedere...
Beh, in questa puntata, l'assassino, noto allo spettatore fin dalle prime scene, è uno studioso di motivazione pubblicitaria. E che cos'è? Egli dice di aver scritto un libro: "Motivazione contro valori in pubblicità". Che vi fosse una suddetta branca della ricerca mi era noto (è stato oggetto di studio persino al Liceo...in seconda, credo..1977) ma che vi fosse una puntata del Tenente Colombo che così apertamente e subliminalmente criticasse tale
ambito di ricerca e ne rendesse "edotti" gli allora quasi totalmente ignari spettatori....acc! Complimenti agli sceneggiatori di tale puntata!
Ah a proposito, si tratta di 20 o 30 anni fa....
MEDITATE, GENTE...MEDITATE!
e dopo che lo avrete fatto...parliamone!

Monelli!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Quanto ancora monelli? Grazie al consiglio di Gaia Giordani, sul
suo articolo "I pargoletti di oggi e gli smidollati di domani" apparso su e-polis di venerdì 23 marzo (www.epolismilano.it), sono andata a vedere la mostra "Monelli!" a Palazzo Litta. Terminava oggi, ossia il 25 Marzo.
Esposizione e vendita di libri per bambini e ragazzi, organizzata dalla Libreria dei ragazzi (www.lalibreriadeiragazzi.it), interessante e divertente, persino in un contesto così buio e severo; spazi per colorare, ritagliare ed incollare, pasticciare tutti insieme; la foresta dei cento libri dedicata a Munari (tanti libri da sfogliare, appesi a tanti fili colorati che pendono dal soffitto...) e, dulcis in fundo, un rinfresco nella sala dedicata ai veri MONELLI della carta stampata: una vera chicca!
Certo, chi monello, come me, lo è stato davvero, non può scordare Giamburrasca e nemmeno nascondere di aver provato tante emozioni leggendo Pinocchio o sorbendosi, anche se per imposizione prima culturale, poi scolastica, il libro Cuore. Ma molti hanno scritto storie illustrate sui monelli, a partire dal tardo 1800.
Vorrei tanto conoscere l'etimologia della parola "monello"...
Una mostra così ti rende nostalgico e indubbiamente romantico.
I monelli hanno rotto le scatole ad intere generazioni di genitori, credo dalla prima comparsa di un essere umano sulla terra. Sporchi, cattivi, spudorati, senza creanza, siamo stati quelli che dovevano metterci lo zampino dappertutto e rendere più leggera quell'atmosfera adulta così cupa, fatta di convenzioni, di regole, di orari, di salamelecchi, di ipocrisia.
La più leggera delle monellerie? Mettere sotto al cuscino di una poltrona della sala il cuscino ad aria che simula la scoreggia "scappata" al malcapitato che ci si siede sopra. Farlo in una sera con gli amici dei miei,
quelli più cicciotti (ma...indice di poca monelleria: gli amici più spiritosi)
e "vedere di nascosto l'effetto che fa". Grande!!! Il segnale della vittoria?
Lo sdegno dei miei. Il segnale della sconfitta? Le risate di quei signori.
Ma ce ne sono altre, cento altre....più toste: le più divertenti? Quelle di gruppo. Le più indimenticate? Quelle subite.
Per elaborare una monelleria ci voleva senso di osservazione, conoscenza della psicologia della vittima e creatività, tanta creatività. Unica condizione? La monellata poteva far danno, ma non doveva svilire, magari svegliare il destinatario, ma non svilirlo. A meno che il destinatario fosse adulto e rigido, troppo rigido e becero. Allora l'umiliazione, nella speranza del bambino era svelare la debolezza, il limite della rigidità, era catartica.
Ad occhio e croce i monelli più incalliti si collocano proprio nell'epoca tra l'ottocento e la metà del novecento. E dopo? Dopo il '60...che bisogno c'era di ribellarsi? In anni di educazione liberal, di Dr.Spock, di lasciapassare ad ogni sorta di comportamento, di affievolimento della creatività, nonostante i Munari, le Montessori o Steiner.....
I bambini sono mai più stati bambini? E monelli?
Gli sguardi emozionanti di alcuni piccoli visitatori mi hanno emozionato:
hanno la dolcezza, la purezza negli occhi. In quegli occhi grandi c'è tutto il mondo, tutta la natura incontaminata, tutto l'amore e la fiducia del mondo.
C'è la curiosità: un bimbo mi seguiva con gli occhi, mentre cercavo di prendere dal tavolo del rinfresco "Giamburrasca" un croccantino. Ho sentito qualcosa dentro, complicità infantile. Sì, hai ragione, nel profondo sono sempre bambina, la monella, la candida, colei che ha come te tutto il mondo e tutto l'amore del mondo dentro. Ma, vedi, ho un corpo da grande e tante esperienze che hanno cercato di creare nella testa tante barriere: le paure. L'importante, sai cos'è? E' riconoscerle e conoscerle. Tutto lì.
Quando si era monelli, ci si metteva alla prova, senza rabbia, nè aggressività. Ci si metteva alla prova per sapere fin dove si poteva arrivare.
Oggi, che ho questo corpo da grande, non è cambiato molto: sono cambiati gli obbiettivi, la modalità, ma si prova a capire ancora fin dove si può arrivare. Senza sfidare altri, ma rispettandoli, invece. Si sfidano i propri limiti, amico mio. Si prova a rompere le proprie convenzioni, i propri muri di gomma. Ci si ribella ancora, sai? Ma con dolcezza e se fa capolino la rabbia, bisogna che ci si fermi. Nei giochi non c'è rabbia, vero? C'è gioco, stare insieme, mettersi in gioco tutti insieme, metterci quello che abbiamo, che sentiamo, che inventiamo.
Hai ragione, i miei occhi azzurri e questa testolina di ricci biondi che vedi non mentono: sono proprio come te e spero di esserlo al meglio.
Mi hai fatto pensare, amico mio: mi hai fatto rivedere dentro, amico mio.
Mi hai ricordare chi sono e, nel giorno che precede il mio 48° compleanno non è poco, è un regalo importante. Non so come ti chiami, ma per me sei tutti i bambini del mondo e in cuor mio, nel profondo, sappilo, ti voglio tanto, tanto bene.

mercoledì, marzo 21, 2007


Cellulari a scuola
Bah...quando ci penso, credo che sia una questione di lana caprina...
Abbiamo bisogno una legge per vietare l'utilizzo dell cellulare nelle scuole.
Partiamo da una premessa: sono una ragazza del 1959...anni di boom economico: gli status symbol sono nati allora. Paradossalmente da una parte si lottava per ottenere l'emancipazione in molti campi. In molti ambiti ci siam fatti fregare. Il consumismo è il risultato di quella fregatura.
Come un verme si è inserito ovunque, creando desideri indotti (ma..quanti hanno letto "Essere o avere"?), necessità inutili. Non voglio fare in questo momento nessun tipo di analisi sociologica: in questo blog esprimo solo opinioni, umili idee, senza nessuna presunzione, nè altezzosità. Penso ed elaboro, forse troppo, forse male, chissà...ma penso e questo cartesianamente mi basta. Se non esprimessi opinioni, non potrei confrontarmi, trovare ulteriori approfondimenti, ascoltare.
Ritornando all'argomento scelto. ..
Negli anni '70, gli anni della mia adolescenza, in assenza di mezzi di comunicazione rapida, quali i cellulari, come si comunicava tra adolescenti?
Con molti silenzi: gli occhi parlavano da soli. Con l'aiuto degli amici: non è detto che qualcuno riuscisse ad esprimersi con gli sguardi ed elaborasse un comportamento eloquente...Con i bigliettini: i mitici bigliettini..."Mi piaci, sai? Possiamo incontrarci?" "Sei carina, vorrei vederti per qualche attimo da sola"
Poi, più in là al Liceo, oltre agli intervalli, le mitiche assemblee, i collettivi e, perchè no? Le manifestazioni. In questi momenti di aggregazione si cuccava più che in discoteca. E si cuccava bene: era un ottimo momento di condivisione - "rischiavi di trovare non solo un ragazzo, bensì un ragazzo che ti era affine, che voleva partecipare come te a quegli incontri e discutere. Ovvio: se in quelle occasioni (e la voce passava) il cucco era più facile, trovavi in quelle occasioni i cosiddetti "infiltrati": quelli ai quali del referendum sul divorzio non gliene poteva fregà de meno. Ma venivano per cercare una ragazza.
E poi? Al telefono ci si pensava poco. Le famose telefonate di tre ore che ancora ricorrono nei discorsi dei nostri anziani genitori, si facevano la sera, quando ti era concesso, quando non avevi fratelli più grandi (che facevano valere il diritto di primogenitura) e sicuramente erano proibite se la tua famiglia aveva problemi economici (le famose esorbitanti bollette Sip).
E quindi ti vedevi, ti guardavi, passeggiavi, stavi in silenzio, ascoltavi, sussurravi, attendevi il momento giusto per una carezza e aspettavi come un naufrago che sogna la terra, quel momento: il momento del bacio.
Fosse arrivato l'uomo dal futuro a piazzarti in mano un Nokia, saresti rimasto un pò incredulo, sicuramente saresti stato curioso, ma con un buon margine di certezza non l'avresti adoperato.
Perchè?
Prima di tutto mi permetto di rispondere da inguaribile romantica: perchè quei momenti erano impagabili. Le attese lo erano, l'immaginario lo era, persino la sofferenza che certe piccole frustrazioni portavano con sè. Inoltre avevi molto rispetto dei tempi dell'altro, anche se in cuor tuo friggevi come un matto, a volte non dormivi di notte e facevi fatica a studiare. L'esprit di controllo dei più passionali, dei più gelosi era contenuto. Se era incontenibile si esprimeva con appostamenti sotto casa, visite improvvise ("Puoi scendere un attimo? Avevo voglia di vederti" "Mi manchi") Qundo vi era una crisi, una rottura, difficilmente il telefono impazziva: il rispetto nei confronti dell'altrui famiglia aveva la meglio; se proprio non ce la si faceva a resistere....di nuovo appostamenti e visite improvvise, per i più smaniosi. Allora le relazioni diplomatiche erano tenute dagli amici del cuore o dai fratelli maggiori (eh..la primogenitura comporta anche delle responsabilità...) difficilmente e in ultimissima ratio dai genitori.
Si contattavano gli amici del cuore all'improvviso ("Non ce la faccio, aiutami") ed erano interminabili chiacchierate, passeggiate, occhi alzati al cielo dei proprietari dei bar che frequentavamo - posti di frontiera, zone neutre che accoglievano i nostri dolori, i nostri sogni, i nostri voli pindarici.
Non l'avremmo utilizzato a scuola, se non durante l'intervallo, forse.
Sicuramente non durante le lezioni: durante le lezioni si veniva colti in fallo, forse, per qualche bigliettino. E quando ciò accadeva erano cavoli amari. Ma il bigliettino era un optional: sicuramente si preferiva colloquiare a quattr'occhi sia con l'amico che con la ragazza. Il bigliettino era freddo, finiva lì...e per giunta ti portava a rischiare una nota. E ciò non ci piaceva: potevamo accettare rischi del genere solo in situazioni di massima emergenza, forza maggiore.
E poi, chi rischiava di sentirsi redarguire o punire da un genitore per una nota? Meglio farlo per più alti ideali: far sega a scuola, disertare una lezione per andare in manifestazione, occupare la scuola. Inguaribili utopisti....
Il rispetto per chi insegnava oggi pare un becero ricordo di un anziano bigotto: eppure esiteva, eccome. Rispettavano i ribelli, rispettavano le teste calde, non solo i buoni e pii vergini e martiri.
I primi magari esprimevano le loro opinioni in modo non proprio educato, ma questa passionalità difficilmente è stata punita nelle scuole pubbliche (delle private, chiedo scusa, non ho esperienza).
L'insegnamento era sostanzialmente questo: era necessario imparare a stare nei limiti (del rispetto, della tolleranza, dell'educazione) per esprimere anche l'idea più rivoluzionaria. Ore di storia e filosofia trascorse su questo argomento: come fare ad oltrepassare questi limiti, nel rispetto dell'altro?
Amavamo questa cura nei nostri confronti: ci si dava fiducia, si nutrivano aspettative in noi, si sentiva questa missione indispensabile, a volte assumeva toni quasi sacri.
Se non abbiamo amato quei momenti, se non li abbiamo saputi apprezzare, è venuto per ognuno di noi il momento in cui abbiamo creduto che fossero
unici. O almeno così credo. Genitori e insegnanti, amati odiati, sopportati a fatica, sono stati realmente maestri di vita. Cercavamo garanzie vere: poter essere liberi di esprimerci, di esprimere i valori nuovi, i nostri valori.
Il garantismo, quello più laido, più degenere, esisteva anche allora: era quello dei padri influenti che andavano in commissariato a "liberare" i rampolli ribelli dall'esperienza di una notte in prigione. Che facevano partire per altri lidi (soprattutto in America) figli con una fedina penale un pò conciata. Ma si poteva utilizzare la parola garantismo per questo? Corruzione, forse...Utilizzo del proprio potere decisamente discutibile..
Oggi un genitore picchia un preside, un insegnante per problemi che potrebbe risolvere con una semplice trattativa privata o, in casi più complessi, con ricorso ad un consiglio d'istituto, o all'assesorato.
Oggi un genitore si permette di criticare e svilire, tra le sue quattro mura, l'insegnante di suo figlio. Nutre propositi di vendetta, elabora da solo, senza confrontarsi le proprie frustrazioni.
Oggi un genitore sobilla il proprio figlio in nome del diritto ad un rispetto che non è in grado di insegnare, perchè i casi della vita hanno cancellato la parola "rispetto" dalla sua mente e soprattutto dal suo cuore. Egli o lei vorrebbero evitare ai propri discendenti frustrazioni e dolori, rabbie e attese, silenzi e....una marea di esperienze. Esperienze che costruiranno donne e uomini completi e profondi.
Non è vero che i telefonini non siano necessari: nessuno può essere così
retrogrado e becero da affermarlo. Ma ad ogni cosa il suo momento: non è forse una legge di natura? (ops chiedo scusa per il ricorso a quest'espressione, di questi tempi....)
Non cancelliamo i silenzi le attese la condivisione a quattr'occhi. E soprattutto non distruggiamo il senso del rispetto verso chi ha scelto di istruire i nostri figli e lo fa con tremila limiti ed in ambiti nei quali spesso non può esprimere le proprie idee come vorrebbe.
Limitiamo l'uso di questi tecnologici mezzi di controllo all'esterno dell'ambito scolastico. E oltre agli adulti, diamo anche ai ragazzi i loro tempi ed una maggior fiducia, spronandoli a meritarla.

martedì, marzo 20, 2007


Ahia!!!!!!
SI sa, sono un'appassionata cinefila...ma, mal me ne incolse quando domenica, "inconsapevolmente" ho scelto di vedere il film "I figli degli uomini".
Ho bisogno di una terapia antidepressiva, di un cordiale, di una sessione di coccole, di una meditazione, di un training autogeno....Quel film mi ha sconvolto...
No, non più di quanto mi avessero sconvolto "Farenheit 451", "Blade runner", "L'esercito delle 12 scimmie" e molte opere appartenenti alla categoria..
Questo mi ha dato il colpo di grazia.
Da piccola rimanevo sconvolta dai libri di fantascienza (non che ciò non possa accadere ora), ma questi lasciavano ampio spazio alla fantasia personale (e la mia è enorme); tuttavia, quando vedevi un film tratto da un libro, ad esempio "Farenheit 451" potevi condividere o meno le scelte del regista per ciò che concerneva visioni proprie avulse dal testo.
Tuttavia, col tempo e con l'esperienza di spettatrice, ho notato che registi di varie epoche hanno condiviso l'immagine di un'atmosfera "futura" nonostante appartenessero ad epoche storiche diverse, nonostante fossero anche in modo subliminale esposti a stimoli visivi e culturali diversi.
IL BUIO, LA NEBBIA, LA PIOGGIA, LA POLVERE.
E' chiaro forse questi registi appartengono alla categoria dei pessimisti, dei catastrofici. Ma le immagini, quel passaggio di visioni che incontra i nostri occhi e arriva al nostro sistema limbico parla chiaro. Si può essere aedi delle proprie paure e dei comuni terrori, inascoltati veggenti, oracoli visionari, ma il risultato è sempre lo stesso....sia che si scrivesse nel '20 e si girasse nel '50 o si scrivesse nel '50 e si girasse nell'80, tutto è polvere, buio, pioggia, nebbia. Umanità spaurita, in quest'ultimo film disperata. Non vi è soluzione, è un processo senza assoluzione, dove gli imputati sono talmente eccellenti e tanti, da non consentire adeguata giustizia.
Sono caduti gli ideali ecologisti, il monito universale sullo sconsiderato sfruttamento delle risorse naturali. Chi ha un ideale si nasconde spaventato e crea complotti strampalati, senza accorgersi che custodisce in se e nei propri gruppi il marcio che lui stesso combatte. Chi si nasconde in una nostalgica conservazione del proprio passato, dei valori perduti, sopravvivendo alla catastrofe in "dignitosa" solitudine.
In quest'ultimo film l'umanità è talmente sopraffatta dalla disperazione, dalla violenza e dall'impotenza, da accettare la distribuzione di kit per il suicidio: non si può campare senza ansiolitici ed antidepressivi.
Non vi è alternativa: o si è vittima o carnefice. O violento o remissivo.
Ovviamente in questa umanità che non ha via di scampo, impera l'infertilità. Reale o voluta? Condanna o scelta?
Vorrei condividere questa lucida angoscia. Non ho fatto un'analisi oggettiva delle banalità e dei limiti del film di Quaròn, mi sono concentrata sul messaggio, quanto mai attuale, quanto mai reale. E la mia sensibilità ha
rivisto molte, troppe esperienze personali e comuni a tutti noi.
Ci facciamo strapazzare il cervello da una deteriore cultura mediatica: apprendiamo e ragioniamo con la nostra testa, pesando ogni immagine e parola, ogni messaggio chiaro e subliminale oppure ingurgitiamo e collezioniamo stimoli apparentemente senza senso, stimoli che hanno un obiettivo preciso ma che accogliamo con stanca inconsapevolezza?
PARLIAMONE